Una breve stagione



     Quando entrò nel salone ottocentesco, ricolmo di stucchi dorati, gli sembrò di penetrare in un mondo lontano che gli si svelava come per incantesimo.

     Un cameriere in livrea con la giacca a strisce e i bottoni dorati l'aveva introdotto in quel salone dicendogli che aspettasse la signora baronessa.

     Nell'attesa gli venne quasi spontaneo di guardarsi in uno dei tanti specchi altissimi sovrastanti, ciascuno su una consolle di antica fattura: si vide goffo, con quel suo vestito teso che sembrava di cartapesta, il suo volto arrossato ma fresco di giovinezza, sognante.

     La baronessa apparve, di lì a poco, esile e bruna, quarantenne all'incirca , imbellettata, con le labbra dipinte rosso-fuoco.

     “ Lei, dunque, è il giovane che mi è stato segnalato per fare da ripetitore a mia           figlia?” - disse -.

     “Si, sono proprio io” - rispose con voce tremante che tradiva l'emozione- “frequento il quarto anno di giurisprudenza all'Università”-  

“E' così giovane! - incalzò la baronessa - quanti anni ha? “.

“23 anni”

“Mia figlia ha quattordici anni; è molto intelligente, ma tanto pigra. E' anche impertinente. Ci vorrà tanta pazienza da parte sua, caro giovane”.

     Ebbe inizio un'avventura stancante, oltre ogni sopportazione: ogni pomeriggio dalle 15 alle 19, al cospetto di una ragazza, più che pigra, non ricettiva (altro che intelligente!) - Era anche una brutta ragazza con un viso cavallino e gli occhi piccoli e spenti, diversamente dalla madre (la baronessa) che aveva un viso ben delineato, dolcemente volitivo e perfino provocante.

     Così fu per tanti mesi.

     Un giorno, la ragazza non apparve; venne la baronessa, proprio lei in persona, ad avvertire che la figlia era indisposta; sarebbe rimasta lei a conversare e condusse il giovane in un salottino raccolto.

     Sedettero su due poltrone nei pressi di un camino incorniciato di marmo pregiato dalle linee solenni e fredde.

     L'imbarazzo del giovane era financo naturale, tanto più per la presenza di fronte di una donna assai piacente, con una vestaglia da camera lunga che, sedendosi, le aveva scoperto fino al limite del pudore due gambe formose e provocanti.

     Eppure dovette conversare, pur con un gran rossore in volto e con occhi lueccicanti.

     Riuscì a parlare dei suoi trascorsi di infanzia, della sua recente esperienza militare, delle sue incerte prospettive di vita.

     Quando uscì da quel palazzo baronale, era già sera ed era come stravolto da una esperienza di vita vera: aveva parlato a lungo, man mano sempre più sciolto, con una vera donna.

     Un turbinio di pensieri l'accompagnò per la via, noncurante delle luci della città, della gente che andava incrociando, fino all'angusta cameretta della pensione dove alloggiava, nei pressi di una via barocca, con tante chiese allineate quasi a ridosso l'una dell'altra e con quei palazzi antichi che si protendevano alla vista con balconcini adorni di inferriate ricurve.

     Accadde sempre più spesso che la ragazza non fosse disponibile per le ripetizioni scolastiche pomeridiane e per altrettante volte rimase a conversare con la madre per lunghe ore; gli accadde anche, dopo tempo, di ascoltare improvvisamente qualcosa che lo fece trasalire:

“La smetta di chiamarmi baronessa, il mio nome è Giulia”

“Ma come potrei?” - ribattè confuso il giovane -

“Sono così lontani il mio mondo ed il suo!” -

     Ma già la baronessa si era adagiata sul bracciolo della poltrona ove egli sedeva e con mano leggera le sfiorava il viso.

     La baronessa Giulia non era - come suole dirsi - di estrazione nobiliare.

     Il marito, introverso chiuso ed anche rozzo nell'anima, l'aveva fatta sua moglie estirpandola da una grande città continentale ed inserendola in un altro tipo di città di marca prettamente isolana (e provinciale), addirittura enucleandola in quella ristretta cerchia nobiliare ove prevalgono i pregiudizi, i falsi moralismi ed i vizi nascosti tipici di quell'ambiente ove è dominante la noia dello spirito.

     Il barone amava leggere, sì, e molto, aveva una certa attitudine ad assimilare, a conoscere, ad apprendere; ma senza travasarne per sé e per gli altri che gli vivevano attorno un certo orizzonte allargato di vita che sarebbe stato naturale attendersi.

     Anzi, la propria vita scorreva monotona e grigia nel chiuso delle mura domestiche      anche se arricchite da una infinità di stanze e saloni, e dalla facciata austera a tre piani, e dal vasto androne ove ancora, tra l'altro, facevano bella mostra due antiche diligenze.

     La moglie - Giulia - era divenuta soltanto l'oggetto dei piaceri notturni e nient'altro.

     Giulia gli si era dedicata con tutto l'ardore di donna di che era notevolmente capace; ma la sua anima si era sempre di più inaridita. Certo, non poteva essere appagata dagli agi materiali e tampoco dalla raccolta quiete familiare che poi va a tradursi in che cosa? : l'amplesso del ventre e del sesso.

     Cosa poteva costituire per lei, ora, l'incontro con questo giovane sognante? La scoperta del sogno, la fuga dalla realtà di abitudini stagnanti, dal silenzio, dalla mancanza del colloquio (del colloquio fra anime specialmente), dal torpore, la fuga verso una prospettiva di vita.

     Poteva, dunque, trovare una prospettiva di vita in quel giovane in cerca di lavoro?

     Per Giulia non importava più alcunché della realtà , del cosiddetto pregio di vita normale, del distacco di età tra lei medesima, e quel giovane.

     A Giulia interessava vivere una vita vera, l'incontro con un'anima; ancora più se a quella realtà sognata si accompagnava una attrattiva fisica, prepotente e irrinunciabile.

     I loro discorsi divennero intensi, nelle ore rubate, nei momenti nascosti.

     Nacque l'amore, quello vero che vive dei sussulti dell'anima.

     Si incontrarono più volte nella villa sulle pendici della grande montagna, una villa dalle ampie vetrate a spaziare sul declivio di verde fino al mare; vi si intrecciavano alla vista, immagini di sogno (il sogno del mare e dello spazio nel tempo) ed i sogni mitici di un'età lontana, i grandi scogli appuntiti dei Ciclopi, troneggianti e anneriti, come baluardi, essi stessi, dei sogni.

     Poiché, infatti, i sogni hanno il loro limite di spazio quando si calano, come è inevitabile, nella realtà.

     Il barone, sempre arroccato nei suoi silenzi, si accorse alfine che Giulia era profondamente cambiata, non era più la sua donna oggetto.

     Non intuiva la realtà di un'anima alla riscoperta di sé stessa; si accorgeva soltanto che Giulia non era più la sua donna della notte, poi chiusa in vetrina come un manichino inerte.

     Il dialogo non era stato mai facile tra loro se non fosse stato - unicamente- per la loro promanazione vivente: una figlia.

Giulia partì - come disse - per un periodo di riposo; a Roma.

     A Roma visse un'altra breve stagione di sogno con il suo giovane amante.

     Lunghi meriggi, nel calore di estate, tra i viali ombrosi di villa Borghese, assorti poi per ore sulla terrazza del Pincio, a contemplare lo scorrere inquieto e sottostante della città, a mirare i tetti e le grandi cupole indorati dal sole calante prima che le luci della notte si accendessero ad una ad una per dare spazio ai segreti pensieri. Oppure, mano nella mano, per le anguste vie e vicoli nascosti di una città smarrita, lontana dal tempo. Oppure nelle trattorie di mare, ciarlieri o silenziosi, assorti sempre nel sogno, smarriti anche sull'incerto “domani”.

     Un “domani” tanti “domani” diversi avvennero con l'arrivo a Roma del barone oramai a conoscenza dei fatti.

     I primi incontri con la moglie furono burrascosi, carichi di emozione e di incertezze.

     Giulia non sarebbe più tornata indietro: la separazione.

     Il barone parve acquietarsi.

     Trascorse altro tempo incerto frattanto che il giovane, rientrato nell'isola nativa, si dibatteva in difficili problemi di vita: il completamento degli studi universitari, la ricerca di un lavoro, il travolgimento della propria esistenza tra sogno e realtà.

     Al barone non difettarono, davvero, argomenti persuasivi; venne perfino a scoprire l'amore per la moglie.

     Riapparve nuovamente a Roma, incontrò ancora la moglie, fu tenero e persuasivo.

     Giulia, anche lei, quasi senza accorgersene, venne a scoprire che Federico (il barone) meritava ogni comprensione; non seppe essergli avversa.

     L’avversione! Cos’è l'avversione?

     E' una cosa semplice a chiarirsi: avversare significa respingere; non avversare significa accettare.

     Trascorse altro tempo incerto.

     Era trascorso anche l’autunno, un autunno inquieto che andava sfrondando le ali del sogno così come gli alberi, i platani alti - lungo il viale che Giulia si trovava a percorrere quasi ogni giorno - andavano smarrendo le loro foglie, intensamente e variamente colorate tra ruggine e giallo, come un ultimo delicato sussulto di vita, prima di adagiarsi, cullate dal vento, nel nulla.

     Sul finire dell'inverno erano crollate le ultime caparbie resistenze.

     Giulia ritrovò la sua vita di sempre, nell'antico palazzo baronale, ritornò in vetrina, nel grigiore addormentato e quieto di una vita che il destino le aveva assegnato.

     Trascorsero, da allora, altri anni, prima che quel giovane sognatore, con una bella insignificante laurea in giurisprudenza, si smarrisse per il mondo, come una immagine che lentamente si allontana nella bruma, in trasparenza via via sfumata, come in certi films laddove finisce “senza una fine” il racconto e rimane spazio per il torpore della vita, dopo lo spettacolo.




Natale Valenti