UN VIAGGIO LONTANO, LONTANO
Non era ancora autunno, bensì quella incerta stagione settembrina nella quale le spiagge cominciano ad essere solitarie, con gli ombrelloni incappucciati e bene allineati a riva come fantasmi senz’anima.
Piogge improvvise e scroscianti tornano a bagnare ogni cosa - anche i pensieri - ed il mare, anch’esso, assume quel grigio colore che lo rende quasi nemico.
Per tanta gente - per i vacanzieri - quante gioiose vicende, quanta vita spensierata, quanto mare azzurro, quanto sole cocente avviano ad obliarsi nel tempo.
Scolora l’eco di tanti motivi rumorosi diffusi dalle gettoniere dei caffè di mare da crocchi di ragazzi in festa.
Tra i tanti motivi - non si sa perchè - uno me ne ritorna ora nell'eco sonora della memoria “Feelings”. E' come dire che ogni stagione estiva - ogni stagione della vita - reca con se una propria armonia per tramandare il ricordo e farlo spegnere lentamente o farlo vivere per sempre.
Proprio sul finire di quella stagione, un uomo sostava da molte ore nella grande hall dell’aeroporto internazionale, in attesa che gli altoparlanti diffondessero un annuncio (come altri): i passeggeri del volo AZ 776 per Atene, Delhi, Bangkok, ecc.. sono pregati di presentarsi all'uscita n. 26.
Anch’io ero in attesa dello stesso volo e da un bel po’ osservavo attentamente - non so nemmeno perché - quell'uomo. Era assorto, noncurante, lontano da ogni interesse; era vestito con evidente trascuratezza, un'ampia borsa (soltanto questa), che si usa portare a tracolla; fumava tanto: una sigaretta dopo un'al tra.
Fu per caso che capitammo seduti accanto, nella classe cosiddetta turistica (alquanto scomoda per i lunghi voli intercontinentali).
Dopo un primo silenzioso tratto di percorso, il discorso venne spontaneo.
Quell'uomo era diretto a Bangkok e quivi avrebbe cambiato aereo per la Malaysia o non si sa per quale altra sperduta regione dell'Asia equatoriale,
“Mi è accaduto - mi disse - di percorrere questo medesimo itinerario, ma in prima classe, certamente più comoda e perfino più sognante”.
“Quanto tempo fa?” - chiesi -
“Oh, due anni fa circa. Ma mi è cosi lontano, lontano quel tempo.
Ho lavorato tanto, per tutta la vita che finora, ho vissuto, ed ho donato tanto a chiunque venisse a coincidere con la rotta del mio mondo solitario. E’ perciò che i miei anni sperduti mi appaiono così lontani.
Lo sa Lei che ognuno è come un piccolo mondo? Ogni mondo, al fondo, è fatto di solitudine. Per chi è destinato a donare, la solitudine diviene più profonda ed intensa. Così a me sembra”.
“Non capisco - io chiesi - cosa intenda per solitudine”.
“Certo non è una cosa agevole definire la solitudine dell'uomo - rispose -. La solitudine è un male sottile che ti si colloca dentro come autodifesa , come reazione alle ingiustizie sociali, ai propri errori (specialmente a quelli inconsciamente commessi), come rivolta alla impossibilità di un colloquio appagante, una sorta di guerra nascosta che magari conduci con te stesso per quel tanto tempo nel quale hai sofferto senza reagire, sei stato paziente e buono per quanto gli altri (anche quelli d'attorno) ti siano stati - perfino inconsapevolmente - ostili, incapaci di tenderti una mano o di sapere asciugare una lacrima (sa, quelle lacrime silenziose che sono il pianto dell'anima).
La solitudine è la mancanza di un volto veramente amico, è la mancanza di un sorriso sereno, è la mancanza negli altri di interpretare i silenzi, le verità, le menzogne (si, anche le menzogne che talora sono la fuga da realtà crude in quei momenti in cui tali realtà non si possono accettare...fino all'infinito
La solitudine - gentile amico sconosciuto - è una malattia vera e propria dell'anima, quando la vita si svuota di interessi, o, meglio, di quella esigenza di oblio che occorre dinanzi alla vacuità della vita stessa”.
“Lei non ha pensato - chiesi ancora - che, ad ancorarsi dietro questa storia...della solitudine, è come fuggire, essere vili insomma, per non guardare dinanzi la realtà, per affrontarla e vincerla, giorno dopo giorno?”.
“Ecco - rispose - Le racconterò alcuni significativi momenti dei miei anni trascorsi. Forse potrà comprendermi meglio.
La mia infanzia e la mia adolescenza sono state segnate e cancellate dalla miseria.
Sono un autodidatta.
Ricordo che, un giorno, la gran voglia che avevo di mangiare un dolce mi indusse a rubarlo nella pasticceria del mio vecchio paese; mio padre mi costrinse a riportarlo. Il proprietario della pasticceria mi regalò una grande quantità di dolci variopinti, appetitosi, belli anche a guardarsi, ed aveva le lacrime negli occhi.
E' un ricordo che mi è rimasto incancellabile. Significativo anche, non crede?
Ricordo i primi germogli del cuore repressi perché .... ero povero.
Feci anche l'istitutore in una casa patrizia colma di benessere ed io ero tanto giovane. Ma non destava invidia in me il benessere degli altri, non mi interessava nemmeno.
Cominciava - com'è naturale - il germe della solitudine.
Poi l’università, la laurea, il matrimonio. Già il matrimonio.
Al di là di ogni riferimento alle persone (si amino, o no) il matrimonio è un errore, non fosse altro perché è una compressione della libertà, specialmente quando intervengono, subito dopo, gli schemi sociali e quindi le costrizioni. Le eccezioni sono assai rare”.
“Scusi, debbo interromperla - se mi consente - allora Lei è incline all'anarchia?”
“No - rispose - l'anarchia è il rifiuto di ogni regola sociale di convivenza. Io intendo riferirmi alla libertà dell'anima. Se due persone (un uomo e una donna per intenderci) hanno una naturale attrazione è bene, perfino naturale, che convivano; ma quando scoprono che le affinità, gli interessi in comune, il modo stesso di concepire le esigenze della vita sono tanto discordanti da determinare l'inerzia dell'anima e divengono repressivi anziché fonte di serenità, in tal caso la convivenza diviene forzosa ed innaturale. La solitudine si accresce, diviene quel male sottile, incurabile che Le accennai prima.
Guai però a ribellarsi; sa di quei mostri sacri intoccabili della Polinesia che si chiamano tabù; chi tocca deve morire; deve morire per la società, per le dicerie da cortile, per i sussurri del vento.
Un po' di pausa; quindi riprese a raccontare :
“Ho avuto un lavoro dietro concorso: un impiegato statale e poi la carriera, un gradino dopo l'altro; e dopo ogni gradino, le congratulazioni (invidiose però) della gente, alcune lire di aumento dello stipendio mensile, il cosiddetto "tenore" di vita che andava innalzandoti di ceto sociale; l'importanza sovrana di stare seduto dietro una scrivania, dove, al premere di un campanello, si presentava subito un commesso (si chiamavano proprio cosi) pronto a dirti “Comandi” se non addirittura “Comandi, Eccellenza”.
Si usa scrivere anche nei necrologi : è morto Sua Eccellenza, il Grande Ufficiale, ecc. . ecc.. ; ... dopo morto!
Via che fesserie sono anche queste, quando non hai la libertà dell'anima e non puoi liberamente incontrare un'altra donna che - a torto o a ragione - ritieni che possa darti un’altra dimensione di vita.
No, non è possibile tutto ciò”.
“E il divorzio allora, oramai c’è divorzio. Non capisco perché parla di costrizioni”.
“Non è facile, amico mio. Anche in tal caso devi combattere con...i ricordi, le tenerezze (non vuole, per caso, collocarvi anche le tenerezze?) quando non sopravvengono le nevrastenie dei cointeressati.
Bene, io ho tentato di percorrerla questa strada.
Per quale motivo?
Per una donna, ma la donna aveva gli stessi problemi sociali (gli schemi, le tenerezze, i ricordi...le insidie degli altri).
Niente da fare: la realtà sociale è più forte dei sogni; è la vita stessa che si vive brutalmente ogni giorno.
“A tal punto ho voluto percorrerla per me, soltanto per me, questa strada (che altro avrei potuto fare? Lottare contro i fantasmi? ); per portare con me quest'ansia di libertà dell'anima, per rompere il cerchio della mia stessa solitudine.
Ho avuto il coraggio di essere un “uomo”, finalmente; ma mi è costato tanto: tante lotte, anche interiori se vuole (perché non ammetterlo).
I primi giorni li ho vissuti ancora più incalzato dalla ferrea lacerante morsa della solitudine.
Ho tentato di trovare un nuovo lavoro, più anonimo, più quieto, meno esposto agli “schemi sociali”.
Nulla.
Poi, d'improvviso, ho deciso di partire.
Ho sistemato tutto per benino, sa. Ho devoluto tutto quanto possedevo dei beni che si usa dire “materiali” a chi ne aveva da richiederne il diritto. Infatti, vi sono le leggi... e le leggi sono sacre.
Con un po' di lavoro di fortuna ho racimolato i soldi occorrenti per un biglietto di aereo senza ritorno...ed eccomi qua. Sono partito con questa borsa soltanto dove sono raccolte talune povere cose insignificanti dalle quali non ho saputo distaccarmi; perfino una mia fotografia a due anni ove mi rivedo impalato, con le mani diritte, penzoloni, un volto rotondo quasi da ebete e con degli occhi però - me lo lasci dire - davvero interessanti, perché intensi, quasi lontani, sognanti, presaghi di una solitudine senza confine.
Ho portato anche - ma è difficile a vedersi con gli occhi - un gran “chiarore” inappagato come sono inappagati i sogni.
“Ed ora?” (la mia richiesta appariva conseguenziale).
“Nel mio precedente viaggio – allora, come Le ho detto, ero un piccolo “personaggio” e viaggiavo in prima classe (tutto pagato...anche le spese di rappresentanza) - ebbi modo di visitare una industria italiana nell'isola di Sumatra. Si occupa dei semilavorati del legno per l'esportazione, nel bel mezzo della foresta, ove vi è un intrico di verde dalle tonalità più varie, di enormi farfalle colorate, di tanta natura silenziosa, di mistero anche, e di tanto Sole.
Chissà...se arriverò in quell'isola potrò trovare lavoro.
Ma, a pensarci bene, lavoro...perché?
Dopo tutto, questo viaggio verso il sole lo sto compiendo: è una vittoria, di per se, dopo tanta inerzia, dopo tante illusioni, dopo quell'inappagato respiro di vita che mi sta dentro, delicatamente nascosto “per sempre”.
Si annunciava un'alba straordinaria sul cielo di Malacca, fatta di colori mai visti prima di allora, come un grande immenso arcobaleno, come un incantesimo e l'aereo toccò terra senza un sussulto, a Bangkok.
Quivi la hall dell'aeroporto è un grande locale senza pretese ove pullulano tanti piccoli banchi di vendita di oggetti orientali: statuine di budda in avorio, pugnali finemente imperlati, giade, denti di tigre (portafortuna), seterie dai colori forti e compositi, sovrapposti, con tipici disegni orientali.
Vi era anche un gran pullulare della piccola gente orientale, con gli inconfondibili occhi a mandorla, tanta gente.
Vidi scomparire il mio compagno di viaggio in mezzo a questa gente, con la sua borsa a tracolla, assorto, noncurante, lontano da ogni interesse.
Andava, con il suo “chiarore” nascosto nel cuore incontro al suo destino di sole e di morte.
Il sole e la morte, a pensarci bene, hanno la stessa dimensione di immensità.
Natale Valenti