Un giorno qualunque, come una vita




La città dormiva ancora ed il primo tiepido sole tendeva appena a fugare il torpore del buio quando, parcheggiata l’automobile ai bordi di un giardino, si era addentrato tra i viali ombrosi.

“Al diavolo lavoro ed impegni della giornata” - andava ripetendo - “oggi voglio conquistarmi la illusione della libertà”.

Libertà dai pensieri, dalle delusioni, dall'inseguimento delle chimere; come...quella farfalla bianca che in questo momento volteggia ed ora va adagiandosi soffice tra i fiori ancora madidi del respiro della notte”


Procedeva lentamente tra quei viali respirandone il profumo.

“Ma...quella donna seduta su una panchina, sola, a quest'ora! Chissà...!

Egli non aveva l'abitudine di curiosare nel mondo degli altri, era questo uno stile di comportamento; aveva proseguito oltre per appoggiarsi sulla ringhiera di pietra, poco distante, ad osservare altra ampia distesa di verde e poi la città sottostante, il risveglio, dei primi larvati frastuoni.

“Come sarebbe carezzevole se da questa ringhiera potessi ammirare il mare e il volo dei gabbiani; magari la placida visione di una vela bianca smarrita nell’azzurro, come i sogni!”.

“Quella donna, però!; sola, a quest'ora!”.

Il suo volto gli apparve dolce e quieto, sbirciandola appena nel momento che stava per riprendere il suo vagabondaggio di libertà.

Istintivamente fu indotto a ritornare sui propri passi; le fu dinanzi: era bellissima ed intensa con occhi luminosi,

“Scusi, ha qualche problema?”.

“No, nessun problema” rispose lei con voce incerta.

“Scusi ancora, le auguro buona giornata”; (stava per allontanarsi).

“ Se vuole, può sedersi” - riprese lei -

“Il mio nome, Leo”

“E il mio nome, Natalìa”.

“Che bel nome!”

Iniziarono a' conversare.


Natalia, ancora tanto giovane, era l’immagine della quiete sognante, immersa nella sua realtà di sposa e di madre.

Quella mattina era uscita di casa senza perché. Era stata già donna ed aveva amato tanto nella fresca età dei sogni, con la sua caparbia volontà di essere se stessa, con la ingenua speranza di resistere agli inganni. Poi l'uomo del sogno era sparito improvvisamente lasciandole l'immagine di un prato colmo di verde sul quale aveva recitato assieme a lui l'inno della vita.

- Seppe essere regale con se stessa nascondendo quella grande ansia del cuore che si chiama primo amore.

Apparve, poco dopo, un altro uomo nella sua vita, discreto e indifeso nel vortice della grande città. Il silenzio e la timida riservatezza di quest'uomo inopinatamente avevano conquistato Natalia che lo volle suo inseguendolo, per poi scoprirlo, a poco a poco, tenero e delicato, uomo ed anche padre, come lei madre prima ancora che, con il suo candido vestito di sposa, potesse dire "si" dinanzi all'altare.

Natalia ritrovò una serenità di vita che aveva creduto di non potere incontrare mai; una serenità che traspariva ad ogni istante dal suo volto, ora, a scrutarlo con attenzione - tanto più bello poiché adornato, con semplicità, da un berrettino a maglia, color miele, che calcava fino alle orecchie, lasciando fluire i suoi capelli castani.

Perchè era uscita quel giorno senza una meta, lei non sapeva proprio spiegarlo. Forse per eccesso di serenità, forse anche per un indistinto bisogno di fare una cosa diversa, candidamente, come le esigenze inesplicabili che sorgono nel mistero.

Leo ascoltava estasiato, sopratutto cogliendo la spontaneità di Natalia, i risvolti delle parole; intuiva sempre di più quanto ristoro avrebbe potuto trovare in quella donna. Anche Natalia del resto rimase travolta - come disse ad un certo momento - dal conversare, scoprendo, a mano a mano, la grande solitudine di quest’uomo, la stanchezza di lunghi anni silenti fin dall’infanzia, la sua irrequietezza e la speranza di modificare il suo rapporto con il mondo circostante, con le sue abitudini, con quel tanto o quel poco che gli era stato negato da sempre poiché “così era scritto”, come lui stesso intercalava precisando la sua natura arabo-mediterranea, fatta di sole, di mare, di fatalità, di senso infinito di libertà.

Nè poteva mancare nel discorrere di Leo l'angolo fantasioso dei sogni, di viaggi lontani senza tempo; era la sua vanità nascosta, ma non tanto. Purtuttavia il suo parlare era vario, interessante, era descrittivo, sapeva donare qualcosa di nuovo, un orizzonte     diverso     (nel meglio o nel peggio, non si sa).

La città oramai ferveva col nevrotico incalzare delle automobili, della fretta, dell’anonimo volteggiare della gente - la sconvolgente frenesia di vivere.


Leo e Natalia, senza accorgersi nemmeno, vi sì trovarono sopinti ed immersi: avrebbero trascorso un giorno intero, tutto quanto per loro; e immaginarono sulle ali della fantasia un loro pugno di tempo.

"Possiamo colmare di più la finzione di questa porzione di tempo - disse Leo - ; posso chiamarla soltanto Natalia? "

" Non è facile per me fare altrettanto. Ci proverò !" - rispose Natalia -.

Leo era inesauribile, parlava di tante cose diverse; le parlò anche di alcuni suoi racconti, dì talune sue poesie. Natalia aveva gli occhi imperlati di lacrime.

"Perchè mai?" - domandò Leo-.

" Non so spiegarmelo. Mi fa...mi fai scoprire un mondo nuovo, oppure un mondo che ritenevo sepolto se non inesistente, il mondo dell'anima".

" Per me scrivere queste cose è soltanto un modo segreto di ripiegarmi dentro e di appagarmi. E' come il vaporizzatore delle pentole a pressione ; se si ottura, la pentola, ribollendo, scoppia".

" E’ meraviglioso - riprese Natalia - saper conservare questa integrità interiore che contagia e conquista".

Avevano camminato tanto, erano stanchi ed ora trovavano una pausa di ristoro seduti in un bar silenzioso che dalle sue ampie vetrate sovrastava discretamente sui tetti della città e ne era lontano il frastuono.

" Sembra di poter guardare la città dal cielo" - esclamò Natalia".

" E' proprio vero" - soggiunse Leo - "possiamo sollecitare questa immagine con la fantasia; i minuti diventano giorni, le ore come mesi ed anni, tutto quanto un meraviglioso brano di vita".

Con la fantasia cominciarono a volare sospesi nella immensità del cielo, intercalando sogni, momenti di verità, possesso, contrasti, stanchezza, poi la volontà di ritrovarsi, la infinita varietà dei sentimenti quando il cuore pulsa fino alla gola poiché vi è qualcosa dentro che non sa dirsi cos'è.

Un aereo immaginario li condusse, cosi, tra visioni lontane o vicine nel tempo che andavano riscoprendo quasi che le avessero già vissute prima, insieme, tanti spazi del mondo; un atterraggio lieve e subito immagini, tante; poi di nuovo per il cielo verso altri invisibili sentieri.

Ecco : New York di sera, i grandi ponti di ferro con 1e ampie arcate sull'Hudson, i loro enormi fili di acciaio trapezoidali che ne sostengono visibilmente il peso prima che appaiano le infinite colorate luci di Manhattan, tra i grattacieli disuguali eppure armonici nel loro insieme, oramai oleografici; il lento ma incessante fluire di tanta gente, di tante automobili, di tanto affannoso trabocco lungo le interminabili avenues. Natalia, incantata, contempla le luci della città, a perdita d'occhio, dall'alto di una delle due torri-grattacieli dello Word Trade Center; più tardi splende con la sua tunica nera aderente e sinuosa e con gli occhi luccicanti più che il diamante rettangolare adagiato sul dito al Regine's a Park Avenue, nell'atmosfera lieve delle luci diffuse da tante abat-jour, della musica che vi si spande, della ricercata eleganza dei frequentatori. Al rientro in albergo, Leo e Natalia sono leggeri, trasognati e giocano all'incontro come fossero ancora sconosciuti.

E' già mattino, l'aereo - dopo un altro lungo volo - atterra sul limitare della vasta baia di S. Francisco, lambendo il mare e nell'ondulato paesaggio, più che a New York, a misura d'uomo, tra saliscendi continui festosamente percorsi dai vecchi tram a cremagliera, splende il golden gate, guardia solenne del Pacifico. Dietro l'altura modulata di S. Francisco, dopo un ultimo sguardo alla quiete stagnante della baia adornata dinanzi da Berkeley e poi da Oakland, con 1'Alcatraz sorgente nel centro come un sussulto della natura, i due protagonisti del sogno si trovano smarriti nella frescura tra gli altissimi alberi di sequoia ed è una gran pace dell'anima.

Natalia si attarda, è quasi assente. Leo ne rimane colpito. Si immaginano lontani l'uno dall'altra, proprio diversi: il contrasto.

“Natalia, non segui più il sentiero del sogno?”

Natalia non risponde, è assorta e pensosa.

Ma, poco dopo, sorride e l'aereo riveste le ali della fantasia, plana come per incanto in un'isola sperduta nel mare; per miracolo o per straordinaria bravura del pilota riesce a toccare terra al limite di una alto dirupo. Leo e Natalia applaudono e subito dopo un auto li conduce in un intrico di verde e di fiorì e di tante case bianche arroccate in ogni angolo sulle alture ondeggianti, tra scoscese pareti, lungo le vallate colme di bananeti, sempre odorose di mare fino ad un picco ove si erge, troneggiante, l'hotel Reed's.

Quivi vivranno di amore, di ansia, di abbandono e di carezza, anche di cocente ricordo della loro vita diversa. Vi è un momento in cui Leo, disteso sul letto, nella immobilità rimane attanagliato dal vuoto profondo della solitudine quando Natalia, gli occhi di pianto, poggia la fronte sulla vetrata; le bianche case disposte a corona nell'ansa di mare sono immerse nel buio se non fosse per le tante piccole luci che fanno sentire, racchiusi in ognuna di esse, tanti diversi respiri.

"Natalia, com'è il sapore degli estatici momenti di quella talcosa impalpabile che sembra felicità?”

" Non so dirti, Leo. Pensavo che una parentesi di sogno non dovesse, mai , rimanere contaminata dalle ombre".

" No, Natalia, Il giorno declina già e con le ombre appaiono i fantasmi; noi stessi, nel buio imminente che incombe, diverremo spettrali contornati da fantasmi e non potremo scrollarli d'attorno questi fantasmi poiché sono essi che recano paura ed uccidono i sogni. Cè ancora un po' di luce, inondiamoci di cielo.”

Il viaggio della fantasia li nasconde in un angolo del bar Meridien, all'aperto, sulla sponda del Nilo che, con la sua antichissima maestà, placa dal groviglio umano che si interseca tra le strade convulse, il tortuoso dedalo del grande bazar straripante di mercanzie, tutti quei grappoli di gente che traboccano dagli autobus sgangherati, quel tanto colore e quei tanti risalenti odori fino alla nausea. Natalia reca nella mano il sigillo d'oro dì Nefertiti ed era inondata dagli ultimi riflessi dorati del sole.

Nel ristorante vengono accese le candele che, sopra ogni tavolo, ardonano dentro coppe di cristallo. I volti di Leo e di Natalia che dialogano si intravedono in un reticolo di irrealtà dietro la fiamma di una di queste candele mentre la fiamma si attenua quasi svanisse e poi riprende, pur sempre tremula, più alta e ingrandita dai riflessi della coppa di cristallo.

Nel trepido ardore del sogno, ora, essi stanno seduti su grandi cuscini sotto la tenda nel deserto con altri ignoti commensali appressati attorno ad un basso tavolo rotondo di rame sbalzato sul quale odorano pietanze esotiche; tanti altri tavoli uguali con altri commensali, a cerchio, mentre sulla pedana centrale si alternano le danzatrici con ì veli trasparenti di lussuria.

Quando usciranno da quella tenda, con le mani strette, un auto li conduce saltellando, senza meta; il cielo lascia appena intravedere, tra i tenui spiragli della caligine africana, qualche stella, i contorni incerti delle Piramidi, e poco dopo, infuocato e rossastro, il bagliore del Cairo.

"Costruiremo una vita tutta per noi, Natalia?".

" Si, Leo" (ma la voce e gli occhi lasciavano leggere ciò che lei non dice va, un interrogativo difficile: "sapremo cancellare il segno del passato?")


     " E' incredibile! - riprese Leo - non avrei voluto incontrarti per non spezzare il vuoto della mia vita, così ricco di libertà. Però è come se tutto il mio tempo fosse stata una lunga interminabile attesa di te. Ora so dì avere bisogno di te".

" Perchè - riprese Natalia - non sei riuscito a colmare la tua inquietudine, ad appagarti?"

"Non è facile costruirsi da solo, dolce Natalia, inventare se stesso giorno dopo giorno, parlare sempre con se stesso, consultarsi da solo, decidere da solo. Per me ciò è accaduto fin dagli anni lontani dell'adolescenza. Allora si rimane compressi, non c'è spazio disponibile per dedicare qualcosa alla parte esterna di sè". Dopo un po’ di silenzio, continuò: “Quando si combatte non ci si può fermare e nemmeno voltare il capo indietro; sempre travolto dalle ore, dai giorni, dagli anni, senza il respiro del tempo se non nel silenzio delle notti bianche - tante volte, questo si - o nei solitari ed inerti viaggi ad inebriarsi delle immagini così diverse del mondo, ma senza la dedica di un volto vicino, senza il ristoro di un sorriso al quale poter credere. Oggi abbiamo sognato come sognano i ragazzi di quella incerta età nella quale non si riesce a scoprire più il limite tra il gioco e la vita. E' troppo tardi per sognare?“ -

     " Non è mai tardi, Leo; sei tu, proprio tu che mi fai rispondere così, con la tua carica di interiorità, con la purezza dei tuoi sentimenti, con la mobilità del tuo viso, con tutto quello che si legge dentro i tuoi occhi. Intanto - questo si ch’è vero - ci siamo colmati di sogno e poi?...

“Poi...poi...riappare l'altra faccia della verità di ognuno, la quale sembra che si vive ad ogni istante, la verità imbellettata, codificata, socialmente accettata e praticata ed invece è finzione, soltanto finzione.

Leo scorgeva già il turbinio dei pensieri che trasparivano in quel dolce volto di donna.

Nel silenzio, senza parole, immaginarono l'amplesso come brezza delicata che sfiora due volti vicini, testimoni le stelle che già scorgevano brillare oltre i vetri della finestra li accanto. Capirono subito che Natalia non doveva più concepire un'altra volta poiché così doveva accadere, poiché non si può inseguire il vento, volerne afferrare un po' in una mano se non che, aprendo quel pugno ove si credeva di avere imprigionato qualcosa, si scorge cosa? Nulla! Immaginarono perfino Natalia giacente su un lettino; ha la febbre, il suo volto sempre dolce, la sua maternità cancellata...con un soffio.

Leo le prende una mano tra le sue, la stringe forte, le sussurra appena; “E' passato il vento, è tornata la quiete, ha portato via una parte di noi, forse anche la speranza”. Poi la scruta e vorrebbe leggere qualcosa dentro i suoi occhi. Inutilmente.

E' già sera, la città è stanca, tutti sono stanchi; le automobili defluiscono all'inverso incontro ai focolari della quiete. Non c'è più tempo per interrogarsi. La stanchezza traspare sul volto di Natalia e lei stessa non sa nemmeno se sia stanchezza o pentimento.

L'ultimo singulto sognante si intravede appena in una vasta distesa di verde che, pian piano, si va colmando di bruma ; lentamente scolora in mezzo a quella distesa di verde l'immagine di una enorme altalena che ritma incessante nelle due apposte estremità la risalita verso l'alto di un putto roseo ammantato di veli, morbidamente com'è l'ebbrezza del sogno, e una scatola nera dalla quale emerge appena il ghigno imbiancato di un clown, imperscrutabile come è la vita.





Uscirono per ultimi dal ristorante. Camminarono ancora, lentamente, senza parlare, mentre frizzava il primo improvviso freddo autunnale.

Natalia, ad un tratto, riuscì a parlare:

“E’ tardi, debbo lasciarti, la nostra giornata deve finire qui”.

Si abbracciarono a lungo teneramente.

La vide allontanarsi, esile e leggera com’era, perfino minuta in quel momento, e sparire in un portone che si richiuse piano piano.

Leo rimase impietrito per un certo tempo ancora, con i pensieri segnati da un eco ( che era anche profumo) di indicibile amara tristezza

                             una calda stagione

                    di speranza

                    nello spazio breve

                    di un sogno.


Quando Natalia si trovò dentro casa era già notte inoltrata; tutti dormivano.

Si recò subito, correndo, dinanzi al lettino di sua figlia supina e quieta con le braccia alzate e adagiate sul cuscino; la svegliò.

"Mamma, mammina mia - esclamò con gli occhi di sonno la figlia. Natalia la raccolse con un forte abbraccio e ripeteva ”bambina mia! bambina mia!”

Piangeva.



Le prime luci appena soffuse filtravano tra gli spazi sottili della finestra.

“Ho sognato in tecnicolor" - pensò, intorpidito, Leo - “Che sogno!”.

Poco dopo apri la finestra “accidenti! la pioggia!”.

Tra le luci incolori e le ombre della notte che stentavano a sparire cominciava un altro giorno, un altro giorno qualunque come una vita.


Natale Valenti