UN BURATTINAIO STANCO
Quale sia l'antefatto di questa breve storia non è facile a raccontarsi.
E' uno di quegli antefatti di storia umana in cui c'è di tutto: la povertà, l'ansia dì crescere, la guerra col tempo, i grandi silenzi che, inconsciamente anche, travagliano in gran parte i giorni della vita.
Allora, quest'uomo ce lo troviamo, in questa storia, bell'e cresciuto, nel pieno della sue abitudini esistenziali; il lavoro, una casa, una famiglia; tutto qui.
E poiché il lavoro è, come suole dirsi, sedentario, di ufficio, ogni tanto, a periodi alterni, frequenta anche una palestra, poi anche questa diviene una abitudine e rientra nel ritmo "ordinato", perfettamente allineata a tante altre abitudini che trovano cronometrico svolgimento giornaliero: il giorno, tutto nell'attesa della sera, la sera (e la notte) nell'attesa del giorno.
Ma, un bel giorno avvenne qualcosa che cambiò radicalmente questo ordinato svolgimenti di cose. Era accaduta una rivolta, ma proprio una rivolta dentro, nell'anima, di questo nostro silenzioso eroe.
Aveva scoperto — magari dopo un sogno in trasparenza - in una delle tante notti bianche, quando anche i pensieri fanno fatica ad allinearsi l’uno dopo l'altro (poiché sono più tardi come tarde sono le ombre), aveva scoperto dunque che esiste una attività formidabile che può assorbire gran parte dei pensieri stessi per dedicarli, questi, ad una sorta di attività creativa.
Cosa, aveva mai pensato questo grand'uomo? lì' presto detto.
Aveva pensato di fare il burattinaio.
Non già il burattinaio con tanti "pupi" manovrati con i fili.
Questo proprio no; avrebbe coinvolto imponenti problemi organizzativi; un locale apposito, le sedie, un palcoscenico, insomma una vera e propria impresa teatrale.
Ggi era venuta l'idea di fare il micro-burattinaio baracchetta portatile, con una garbata apertura quadrangolare in alto, sul frontale, e due pupattoli di stoffa, quelli che si possono animare infilandovi dentro le dita delle mani.
Ce n'è uno, da sempre, al Pincio e già tante volte gli era sembrato così bello, nei tardi meriggi festivi e prefestivi, ascoltare quelle storie rumorose di due minuti personaggi di stoffa.
Lui, invece, non ne avrebbe fatto due personaggi beffardi e vanamente ciarlieri. Ne avrebbe fatto due personaggi a dir poco romantici: lui e lei; e avrebbe raccontato tante storie dell'anima, avrebbe svelato finalmente (non visto) financo i propri segreti pensieri, le favole nascoste.
Quanto a comporle quelle storie ci avrebbe pensato lui, proprio lui, che infatti si atteggiava a fantasioso, con qualche buona dose di vanità.
Detto, fatto.
Non fu cosa facile ottenere autorizzazioni e permessi vari; un incredibile andirivieni da un ufficio all'altro; anche perché - già questo bisogna dirlo - questo nostro originale gentiluomo, per fare ciò, abbandonava il proprio attuale lavoro: un lavoro di tutto rilievo come suole dirsi secondo quelle catalogazioni sociali che, quasi, ti appiccicano la serie, la qualifica (anche la qualità, se vi pare) sulle spalle, come un ciclista in gara, e tu, poi, sei costretto a recartele per tutta la vita: serie A, serie A(l), serie B, serie C, C(l), C(2), ecc.
Guai a deviare di una svirgolatura: ma come, quel tal dei tali, nientemeno di serie B(l) si è permesso fare quella determinata cosa; e quel tal altro, addirittura di serie A(2), s'è recato in ufficio, con tanto di automobile nera e di autista, nientemeno che in maglietta, che schifo!
Ebbene, non è che abbia giovato gran che al nostro uomo - essendo egli portatore di targa personale, ad esempio, di serie A(2) - la propria "collocazione” sociale per l'ottenimento di permessi, licenze, autorizzazioni.
Tutt'altro, era un fatto decisamente scandaloso.
Era accaduto, addirittura, che il Capo dell'"Ufficio speciale per il controllo sugli spettacoli viaggianti” — al quale si era presentato con quanto di tessera di appartenenza alla serie A(2) -, richiesto del prescritto “visto, si convalida” per la licenza di "burattinaio da rilasciarsi proprio a lui, era d'improvviso svenuto rotolando per terra.Aveva intuito di trovarsi difronte ad un caso delirante di schizofrenia.
Dopo licenze, visti, autorizzazioni, intervenne il periodo creativo, lunghe notti a dialogare con se stesso per inventare il linguaggio delle sue creature, lui e lei,
Avrebbe dovuto toccare l’anima degli spettatori, proprio cosi, ce la avrebbe messa tutta.
Trascorsero parecchi mesi nella piccola soffitta - alquanta malconcia per la verità di un vecchio traballante palazzo ove appunto era andato a vegetare lontano dalla famiglia. Poiché, a parte ben altri motivi, la famiglia non avrebbe sopportato l’onta di una cosi mostruosa degradazione sociale (e mentale).
Peccato che, una notte, la candela non sarebbe stata bastevole per fargli scrivere uno dei dialoghi più belli che, lì per lì, gli era sopravvenuto nella mente.
Pazienza, l'avrebbe impresso nella memoria, quel dialogo, e poi, alle prime luci del giorno, l’avrebbe fedelmente trascritto, per punto e per virgola.
Lui Ricordi la breve stagione dei sogni?
Lei Sì, erano i giorni incantati nei quali non occorrevano parole.
Le parole erano negli occhi e dentro
Lui Volavo nella notte
per il lungo viaggio.
Tutti dormivano attorno,
io no, non dormivo,
avevo il cuore tremante
Lei lunghe silenziose carezze
senza parole
senza, respiro
con gli occhi barrati
nella penombra.
Viaggio nel sogno
come anelito di vita
verso Paesi lontani lontani
d'Oriente
con te, sempre con te
Lui e stringevo forte, accarezzandole
le tue mani
Lei Poi l'alba
sui cieli di Malacca
con un chiarore
balenante di delicati colori
Lui la grande foresta
in un gran mare di verde
con le bianche case
luccicanti al sole
Lei Quanti racconti
quante parole
nelle lunghe notti tropicali
Lui e stringevo forte, accarezzandole
le tue mani
Lei la grande infinita distesa
del mare di Borneo
adornalo a riva
di alberi alti alti
con le larghe chiome ondeggianti al vento
Lui Quante ore trascorse
a camminare scalzi
mani nelle mani
sulla sabbia rossa
in un silenzio
ebbro di felicità
Lei Quante ore
quanti giorni
quante notti
per le strade di Giava,
Il lungo abbraccio
- stretti appassionati -
in un riparo di fortuna
durante lo scrosciare improvviso
della violenta pioggia australe
Lui e fu amore
Lei Poi correre,
volare,
correre per il mondo
Lui volare, ancora con te
e stringere forte, accarezzandole,
le tue mani.
Lei Ogni sera
una immagine sognata,
una immagine di vita
Lui accanto nei pensieri
nei sospiri segreti.
Nella notte, ch'era già sul finire, sentiva una marea di applausi e tanta folla, tanta, assorta, ad ascoltare l'intreccio dei suoi personaggi di stoffa.
Ma i personaggi - credete pure - per lui vivevano; oramai parlava, con loro, raccomandava quasi ogni inflessione particolare o quell'atteggiamento delicato, morbido: era una gran regista!
Ma...non avrà creduto, per caso, che fosse il gran regista della vita?
Trascorsero altri giorni frenetici.
I manifesti. Già, i manifesti: tutti trascritti a mano, da lui, uno per uno.
Tutto il quartiere (per non dire tutta la città) doveva sapere...che in un determinato giorno, in una determinata ora, in un determinato posto, da una piccola baracchetta di legno (tanto piccola da contenere appena un piccolo uomo accovacciato - però gran regista -) sarebbero state ascoltate le...parole della vita.
Venne il gran giorno e venne anche una gran pioggia.
La baracchetta di legno rimase stinta dei suoi stessi colori: sembrava un orrido quadro di avanguardia impasticciato alla rinfusa; quella baracchetta sola, in un spiazzo deserto, in una grigia giornata di pioggia.
Una pioggia lenta, incessante, come il pianto dell'anima che non si sa quando incomincia e non si sa quando e se avrà termine.
Che fatica, e quanto tempo, a rimettere a nuovo la baracchetta di legno.
Ma i tentativi susseguenti del "grande spettacolo della vita" (come ora aveva denominato) non ebbero ugualmente fortuna.
Di spettatori, nessuno; anzi qualche tentativo, poco gradevole, di giovinastri di passaggio, in vena di scherno.
Non era possibile che l'umanità tutte fosse divenuta così frettolosa, così assente, così nemica.
Mai qualcuno a fermarsi, nemmeno un ragazzo.
Questa volta fu colto da una crisi profonda di malinconia.
Non usciva più dal suo buco in soffitta: nelle lunghe silenziose ore transitavano dinanzi ai suoi occhi visioni allucinanti e ricordi e pensieri sconnessi; vedeva perfino i tetti delle case come si muovessero ondeggianti; ed ondeggiava anche la sua anima, nascondendosi sempre di più, nella parte più nascosta.
E venne anche il delirio.
Dall'abbaino declamava tanti tanti dialoghi dei suoi personaggi di stoffa.
Un giorno lo videro uscire con la sua baracchetta, variamente colorata, sulle spalle.
Ma questa volta i colori non erano quelli tenui, originari; erano violenti, scomposti, senza nesso.
Di antico era rimasta la scritta "il grande spettacolo della vita”.
Si trascinò dietro la baracchetta di legno ed andò a collocarsi proprio su una delle più importanti e trafficate piazze della città.
Non ci fu barba di vigile urbano che poté farlo desistere: urlò, pregò, fece il matto (ed era infatti fuori di senno).
Lasciarono che facesse; e lo spettacolo ebbe inizio.
Cominciarono i dialoghi dei due personaggi di stoffa: delicati, appassionati, frementi.
La vocei nascosta (come la voce dell'anima) sembrava non dovesse arrestarsi mai.
Invece si arrestò improvvisamente ad un secco colpo di pistola, lì, dentro la baracchetta angusta.
I due personaggi di stoffa si ripiegarono tristemente con la testa reclinata sul loro minuscolo proscenio, con le mani rinsecchite ivi aggrappate per sempre.
Sembrava che avessero assunto, perfino,un volto dolorante, piangente, quelle due palle di stoffa sulle quali erano disegnati due tratti umani: un uomo, una donna.
Era - come dire - un fatto di vita - e di morte.
Ma nella piazza le auto sfrecciavano veloci e correva noncurante la città, come corre il mondo, come corre tutto..., come corre la vita stessa, non si sa dove e perché.
Natale Valenti