Susy
“Susy! Susy!”
L'aveva gridato con quanta voce avesse in gola, facendo arrestare il taxi su place de la Concorde, all'angolo dell'Hotel de Crillon,
Susy non aveva sentito; dall'altro lato della piazza al limite dei giardini Les Tuileries – era un tardo meriggio – imboccava la discesa sotterranea del métro, i capelli al vento, sveltamente, la sua gentile (figura di sempre, sempre u guai e come un raggio di sole.
Era anche lui corso verso l'imbocco sotterraneo, noncurante delle automobili che transitavano veloci.
Ecco era lì, stava per entrare nel trenino;
“Susy, Susy cara!”
Questa volta aveva sentito:
“Tu qui, impossibile!”
“Invece è possibile. E tu?...”
Le aperture automatiche del trenino si erano chiuse, le sue mani aperte erano rimaste appoggiate in alto sui vetri, quasi invocanti, come per donare un ultimo chiarore.
“Quanto tempo è passato, Susy!” ripeteva ora da solo.
Il tempo! Che importanza ha il tempo! E' lungo e breve.
Il tempo è indefinibile, come indefinibile era stata la loro stagione, sfumata nella nebbia sottile dei pensieri.
Il tempo è anche segnato da una forza occulta che suole definirsi destino, impercettibile; vi è una stagione carica di promessa e di slancio e di ansia di vivere; poi ne viene un'altra inattesa, e si smarrisce ogni cosa.
Chi era Susy?
Era una donna che lui riteneva nata su misura per lui; tutto qui.
La loro stagione, tenera e pura, come le cose che hanno origine nel fondo dell'anima, era svanita nel corso di un'estate.
Fu una brutta estate per lui.
Quanto silenzio aveva sentito dentro di se, mano a mano che la città andava spogliandosi e rimpicciolendo; tutti, proprio tutti, ad uno ad uno, andavano via, sospinti dal sole, da una gran voglia di rinnovarsi.
A quante persone aveva detto, per forza di cose (perché deve necessariamente dirsi):”buona .vacanza !” Lui restava, con le sue abitudini vuote, con le sue speranze incerte, con il turbinio di pensieri che ogni sera lo coglieva fino all'angoscia, all'incapacità di respiro, fino al pianto (quante volte!).
Non si accorse nemmeno che sopravveniva già l'autunno, poi l'inverno e non si sa quanto tempo ancora.
Aveva tentato di scrivere qualcosa. Tante storie umane, così come accadono; vi avrebbe aggiunto un tocco di fantasia e anche quel senso di rivolta che da tempo egli sentiva dentro contro gli schemi sociali.
Sarebbe stato perfino uno sfogo dell'anima, forse avrebbe attutito il rimpianto di una stagione felice appena intravista.
Macché! Attutire non poteva davvero! Le cose nascoste nell'anima, se sono vere, non possono acquietarsi con...niente.
Avrebbe scritto tanti racconti. A lui piacevano, gli sembrava che cogliessero davvero, con una certa piacevolezza, tanti aspetti fantasiosi e veri della vita.
Potevano anche piacere agli altri, perché no?
Forse questa nuova attività l'avrebbe ripagato del suo anonimo lavoro che l'aveva assorbito fino ad allora e gli aveva inaridito i giorni perduti, tanti.
Ne aveva già delineati parecchi di racconti, li aveva dattiloscritti, ne aveva concepito la titolazione “I sentieri nascosti dell'anima” oppure semplicemente “brevi racconti”.
Però come penetrare nel sacrario di una casa editrice e, di più, nei misteri della diffusione, della pubblicità?
Incontri, attese, contratti con conoscenti, amici, ex-amici, amici di personaggi influenti del mondo...arcano della cultura.
Tempo sprecato.
Aveva scoperto, addirittura, che nei meandri della cultura vi è annidata la politica, sissignore la politica! Aveva avuto anche la fortunata occasione di frequentare, un giorno, un “salotto letterario” (era il gran favore procuratogli da un ex-amico); vi aveva incontrato – non visto e impacciato – signore scollacciate, in genere di età abbastanza avanzata seppure camuffata da imbellettamenti, signori carichi di sussiego. Ma al di là – di un campionario di vacuità, nulla. Altro che cultura! Aveva trovato occupazione come commesso di libreria (altro favore di altro ex-amico). Chissà, un bel giorno, per avventura, avrebbe avuto occasione di incontrare (e perfino di parlare) con qualche personaggio.
Alcuni anni prima, aveva incontrato Susy.
Gli incontri con Susy gli avevano dischiuso una prospettiva vera di vita.
Si erano scambiate le anime.
Il chiarore che promanava da Susy gli aveva illuminato, come per incantesimo, il motivo della sua esistenza, anche i suoi anni smarriti, senza quiete, inappagati e vuoti.
Era trascorsa una dolce stagione e, subito dopo, era sopravvenuta una stagione ben più dura, difficile, compressa dal grigiore come grigio era, a quel tempo il cielo (si era di nuovo in autunno) e gli alberi spogli, con i rami protesi al cielo, quasi raccolti in preghiera nel ricordo dei giorni di sole.
Un ricordo fra tutti; il primo ballo, stretti, fuori dal tempo, e la voce di lei serrata alla gola, con quel nodo che può chiamarsi soltanto felicità.
Poi Susy aveva incominciato a mentire, doveva farlo per non arrendersi, non poteva dirgli tutto se già le verità conosciute erano aspre e soffocanti.
Non servivano le verità né le finzioni; si erano diradati gli incontri poiché sempre più difficili; si erano diradate anche le possibilità di sentirsi almeno per telefono,
E' tanto difficile costruire un castello di sogni, ed è anche raro; ma è tanto facile, talora, distruggerlo senza avvedersene, soltanto che l'angoscia divenga dominatrice della volontà.
Susy era di nuovo stanca nella impari lotta tra il sogno e la realtà.
Dolce Susy, quanto le sarà costato questo “quadretto” al quale aveva donato tutta se stessa con quella carica di vita di cui era capace,
Lei immaginava la sua vita, disegnata a quadretti, non poteva supporre che due “quadretti” di vita potessero sovrapporsi: uno dei due doveva pur chiudersi; s'era chiuso quello più bello, più accarezzato, più desiderato.
Accade proprio così, volano via le cose più belle come quei gabbiani – lei stessa diceva, un giorno,- che raffigurano gli amori incompiuti e voleranno via per ignoti destini senza tempo.
Quei racconti rappresentavano una rivolta, l'incapacità a rassegnarsi, l'ansia di seguire ancora il filo del sogno, come se i sogni possano ancora sopravvivere appena desti, dinanzi alla realtà che risorge nuova ad ogni giorno.
Dopo tanto tempo, Susy gli aveva telefonato:
“Come stai?” - gli aveva chiesto -
“Vivo senz'anima. Ma non credo di poter continuare così” - lui aveva risposto - “E tu? “
“ Il mio lavoro mi appaga tanto, assorbe gran parte del mio tempo”, “E in famiglia, come va?“
“La normalità! Ho imparato a scoprire che la vita di ognuno è fatta di normalità; a volerne uscire fuori, a voler fare qualcosa di diverso è come voler vivere una vita illusoria”
“Sei felice?“
”Esiste la felicità?” - rispose pronta, lei - . E i tuoi racconti?
”Oh, i miei racconti...”
La telefonata venne interrotta bruscamente; certo dovette farlo poiché qualcuno sopravveniva, qualcuno che non doveva ascoltare.
”I miei racconti - continuò, come se lei stesse ad ascoltare - sono soltanto un trabocco di amarezza, di delusione, della non-vita che vivo. Sono l'immagine - a puntate - di una vita smarrita da sempre: prima e dopo. Sono un messaggio che voglio affidare al...vento, prima che...”
Dopo qualche ora di silenzio assorto, qualcuno bussava alla porta di ingresso.
Era un giovane, suo figlio, che, come altre saltuarie volte, gli portava un soffio di passato anch’esso sofferto e smarrito.
”Sono venuto a salutarti. Ho vinto una borsa di studio e mi reco all'estero”.
” Buona fortuna , figliolo!” - disse stancamente -.
“Ma, tu stai male. Non puoi consultare un medico?” (e così dicendo estraeva, di mezzo alla patente di guida, un biglietto da cinquantamilalire).
“No, no! Questo non deve accadere mai. E poi io sto bene, sto benissimo” (fece una smorfia orgogliosa. Ma non poteva mentire; i suoi occhi erano stanchi, quasi spenti/ il suo viso trasparente, emaciato, sofferto).
“ Tu...hai donato tanto nella tua vita. Ed ora...”
Si abbracciarono e il giovane se ne andò mestamente.
Lui con il gomito diradò la nube che s'era rappressa sul vetro della finestra; lo vide allontanare e scomparire dietro l'angolo.
”Va incontro alla vita” - pensava - . ” Come sarà la sua vita? Forse saprà viverla meglio di me; saprà - forse - vincere la paura della notte, di quella stanchezza remota che tende sempre a sopraffare l'uomo da milioni di anni! Che Iddio l'aiuti!”.
Fu in quell'inverno che nella libreria ebbe un incontro importante : un “personaggio” che già in altri tempi aveva conosciuto.
Sulle prime, fu un incontro avvilente. Poi, il colloquio diradò il disagio. Il personaggio si offerse di aiutarlo: a Parigi - si a Parigi - forse avrebbe potuto indirizzarlo ad una casa editrice gestita in cooperativa. Si, doveva recarsi a Parigi, perbacco, l'avrebbe aiutato, gli avrebbe dato del danaro (quello che sarebbe stato necessario).
Così era partito per Parigi, sempre senz'anima, sempre con la speranza - or mai - che, presto o tardi, sarebbe finita per sempre.
“Non poteva più durare in tal modo” - andava ripetendo per tutta la notte insonne assecondato con lo stesso ritmo dallo sferragliare del treno sulle rotaie.
Un viaggio scolorito, senza meta, senza un vero motivo, con i pensieri spenti.
“Susy, dove era diretta Susy? Perchè era a Parigi. Per quale strano destino l'aveva appena rivista ed era sparita in un solo istante?.
Era rimasto come inebetito ed i trenini del metrò transitavano veloci, l'uno dopo l'altro, dopo soste brevissime, proiettando, volta a volta, chiaroscuri di luci ed ombre sulle pareti buie della stazione sotterranea, squallida come sono squallide tutte le stazioni sotterranee, prive di cielo e di vita.
Sentiva, ora, uno strano malessere sul petto, una contrizione dolorante. Il dolore andava progredendo sempre più forte.
Se avesse scorto il suo viso in uno specchio avrebbe visto un grande pallore che di più accentuava le sue orbite profonde; le orbite profonde di una sofferenza antica portata dentro chissà da quanto tempo. Anche la barba, non rasata da tanti giorni, intervallata di bianco e di nero, l'avrebbe vista più emergente, significativa di uno squallore di vita anch'esso antico.
Cercò di muovere alcuni passi, ma provava tanta fatica.
Si accasciò pesantemente sui primi gradini della scalinata in salita, biascicando, per l'ultima volta, un nome “...Su...sy...”.
Una vita che si spegne è solamente un guizzo di luce prima della notte.
Natale Valenti