LO SPECCHIO CONCAVO




     Conoscevo un uomo davvero strano.

     Ma dire di lui strano è come dir poco.

     Io, per la verità, ho sempre pensato che si trattasse di un caso di follia acuta seppure innocua.

     Infatti avevo scoperto che un bel giorno questi aveva acquistato uno specchio concavo, uno di  specchi che, ad avvicinarvisi soltanto un poco, ti rendono mostruoso, dilatando enormemente ogni tratto somatico: gli occhi come due grandi asimmetriche svirgolature, un naso enorme come una patata bitorzoluta, le labbra come 1'imbocco di una caverna, la parte del viso sottostante gli zigomi decisamente allungata, ma tanto allungata; il tutto proprio come una sembianza da farti stare sveglio di paura per più notti di fila, solo per il ricordo.

     Ebbene, costui trascorreva tutto il suo tempo libero a contemplarsi su tale specchio deformante; ma non soltanto vi si mirava e rimirava, piuttosto dava 1'impressione che si compiacesse a farlo.

     Era matto, non si poteva dire altro di lui.

     

     Più in là, nel tempo cucila abitudine era sulla bocca di tutti; egli stesso ne raccontava, ad ogni occasione, quasi con euforia, la grande quiete spirituale che aveva raggiunto con quelle prolungate deformanti contemplazioni di se stesso.

     Orarmi non viveva altro che per ciò: le mostruose contemplazioni di se stesso (almeno sembrava che fosse così).

     Avevo pensato tanto al caso di quest'uomo anche perché, per altri aspetti e per il suo restante comportamento, mi appariva del tutto normale.

     Non sì curava gran ché della gente - questo, sì, bisogna dirlo talora appariva colmo di vita, talaltra lo si scorgeva appena ripiegato su di se, dentro (erano ben noti i suoi silenzi dietro un viso impenetrabile, nascosti dietro e dentro); il più delle volte, camminava, agiva, lavorava, ritmava le sue abitudini come se niente potesse interessarlo, anzi come nulla esistesse intorno a lui: le cose , gli uomini, il sole, la pioggia, le natura, nulla.

     Era anche generoso, quando poteva fare qualcosa per gli altri, la faceva volentieri e poi rientrava nei suoi silenzi che erano tanti e prolungati. Chissà - mi chiedevo - quale potesse essere la chiave per leggervi dentro; poteva anche essere una invisibile chiave fatta di niente, di semplicità.

     Come una carezza infantile che si appaga di niente, ma di quelle carezze che sanno giungere fin dentro l'anima e non si sa come e perché ciò accade.

     E poi, quella storia dello specchio concavo, quella era una cosa sconvolgente.

     Del resto» non è che io potessi trascorrere il mio tempo ad impicciami di quest'uomo strano; già bastavano le mie occupazioni ed i miei pensieri - tanti - a tenermi occupato.

     Cosi, l'ho perduto di vista e anche dal ricordo.


     Dopo tempo, l'ho incontrato.

     Non ha perduto un solo istante, nemmeno per le convenevolezza d'uso,  che mi ha svelato il "gran segreto", quel segreto che, in passato, debbo confessarlo, aveva eccitato non poco la mia curiosità e anche la mia fantasia.

     "Ricorda delle mie ossessionanti contemplazioni sullo specchio concavo?

- mi disse -.

     Ma...- risposi impacciato - veramente...sì...mi pare di ricordare..."

     Interruppe il mio disagio.

     "Era una cosa estremamente semplice - riprese a dire - Mi accorgevo, certo, della curiosità degli altri, degli interrottivi, quasi che fossi di un altro mondo.

     Era un periodo tanto difficile per me, come se non bastasse quel cumulo di sensazioni, di ansie, di serenità anche, ma più ancora di delusioni; gli schemi sociali - bisogna fare le cose in cotale modo e non in un altro...poiché così è scritto (ma dove?), e poi c'è gente che guarda, che osserva, che giudica (ma cos'è la gente?).

     Gli schemi sociali, questo sì che un discorso importante.

     Certo, gli schemi sociali, quelli che i giuristi chiamano regole di condotta (e poi nascono le leggi), quelli magari bisogna osservarli, non c'è che dire; altrimenti come ci farebbe a convivere in tanti in quella gabbia di contenimento che chiamiamo città, paese, comunità umana.

     Ma quando gli schemi cosiddetti sociali hanno la pretese di penetrare dentro, nell'anima, no; allora tali schemi divengano innaturlezza, costrizione, frustrazione pura e semplice.

     “Ma come è possibile costringere i moti dell'anima, i segreti pensieri che nascono senza che uno se ne accorge, magari misteriosamente poiché non è possibile spiegarsene le causa, le origini, le tante imprevedibili occasioni delle quali l'anima stessa non saprebbe definirne il contorno.

     Avrà letto "Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, del quale si disse "1'America nel volo di un gabbiano"? - il mio interlocutore non si arrestava più, voleva parlare, parlare, parlare, ( e a me sembrava che non dicesse sciocchezze, anzi !... ) -,

     E' la storia sublime di un volatile (un gabbiano, appunto) che non si raissegna alla vita quotidiana del suo stormo e cerca di varcare gli stessi limiti impostali dalla natura per trovare nel volo la gioia del capirsi e del migliorarsi. Si scrisse anche che 1'America     vi si scopriva nell'ansia di nuove frontiere rispecchiando le proprie tensioni ideali, le tante del nostro tempo.

     Bisognerà forse dire che la verità la si coglie sul finire di quel piccolo libro quando un adepto del gabbiamo Jonathan, fattosi forza, si levò in volo, a ricevere la prima lezione: "Innanzi tutto" incominciò piuttosto greve Jonathan "vi dovete render conto che un gabbiano è fatto a immagine del Grande Gabbiano, è un'infinita idea di libertà, senza limite alcuno, e il vostro corpo, da una punta dell'ala a quell'altra, altre non è che un grumo di pensiero "Era come l'inizio di una gara: aveva cominciato a imparare."

     Ecco l'anima e lo spazio dell'anima: libertà, libertà di volare nel cielo, libertà anche di uccidersi volando , ma nello spasimo del cielo.

     Ho fatto il filosofo ed ho quasi smarrito il filo - continuò ancora il mio interlocutore (ed io tacevo pensoso) - ecco, dicevo del mio difficile trascorso periodo. Ero tormentato, giorno e notte da un gran pensiero e da tanti pensieri insieme; ma proprio si trattava di cose talmente importanti , indefinibili anche (ma io al fondo le sapevo), da non lasciare spazio nemmeno per il respiro. Non sapevo che fare.      Che cosa amara è la angoscia!

     Un giorno, aggirandomi per un negozio di cianfrusaglie da antiquariato mi sono imbattuto in questo specchio concavo. Ne sono rimasto sbigottito.

     Qualche giorno dopo, senza un perché, l'ho acquistato; e, lentamente, giorno dopo giorno, ho scoperto che la deformazione della mia immagine non è che acquietasse i miei pensieri, questo no, ma li renderà meno gravi; o forse no; ecco, li drogava quasi - i pensieri -, li abituava perfino alla speranza.

     Insomma, è vero, o no, che il momento più turo della notte è quello che precede l'alba?

     Poi, i miei pensieri si sono davvero appagati e non, certamente, per merito dello specchio concavo, piuttosto, poiché se si ha il coraggio di vincere la notte e, con la notte, il silenzio, 1'angoscia del buio, quella incerta inespressa paura dello scricciolio delle cose che nella notte sembra rumore di fantasmi, se si ha tale coraggio, l'alba arriverà - per forza stessa inarrestabile della natura -, e , con l'alba, appaiono subito le prime incerte luci appena rosate, dopo un diffuso tremulo annuncio di azzurro, e poi tutto quanto il cielo colmo di chiarore.

     "Allora - chiesi - i suoi tormentosi pensieri sono finiti?"

     "Si, sono finiti; dopo la lunga attesa, per me è venuta l'alba",

     "E lo specchio concavo?".

     "Oh, quello l'ho rotto, non mi occorre più".


     Era un uomo "strano" che aveva saputo vincere.


Natale Valenti