La sposa scomparsa
New Jork, di domenica: un mostro placato in un sonno profondo, dimentico del nevrotico incalzare della folla; addirittura lieve a Greenwich village, con le sue casette colorate, i piccoli caffè di impronta parigina, la sua vaghezza da quartiere latino.
Là - dove il village, sotto l'arco di Washington, ha il suo respiro di verde e - proprio di domenica - si radunano, variamente sparsi, complessi d'arte, giocolieri, venditori di aromi orientali - su una panchina appartata (sempre la stessa) un suonatore di tromba racchiudeva il suo spasimo di vita. Maturo di anni, il volto segnato ed anche inespressivo, era la costanza della tradizione dei pomeriggi domenicali in quell'atmosfera stanca che vi si respira, che prima esalta, come ogni fatto di costume a vederlo una sola volta, e poi sconcerta poiché colma di malinconia come cose che non hanno volto e non danno emozioni. Una tradizione stanca e inanimata come tradizionale era il suo abbigliamento: il gilè color perla, i pantaloni a piccole righe grigie, le ghette abbottonate da un lato, sopra le scarpe (come i vecchi suonatori di Jazz). Una tradizione, anche, le intervallate dolci melodie della sua tromba ondeggiante per aria, gli occhi socchiusi e lontani da immagini di vita.
Il suonatore di tromba si chiamava "Cinquino"; cosi aveva voluto suo padre, poiché era il quinto figlio.
Cinquino era nato con la musica in testa.
Al paese, da ragazzo, era un frequentatore assiduo di sagrestia, poiché questa frequenza gli offriva possibilità, con il paterno consenso di un giovane prete che fungeva da viceparroco, di strimpellare l'armonium; nelle prime ore del pomeriggio, quando il parroco, più arcigno e temibile, si appartava in canonica a godere in mutande l’estasi digestiva.
Cinquino frequentò - che aveva, si e no, dieci anni - la scuola della banda musicale. Il suo strumento fu la tromba.
Quando, la domenica sera, la banda musicale si esibiva in palco, dinanzi alla mole solenne del municipio. Cinquino, eretto su un particolare pedistallo quanto bastava per fargli intravedere le note sul leggio, avvertiva di essere un personaggio, da ammirare; e, infatti, era sotto gli occhi di tutti, della tanta gente che si accalcava in silenzio, attorno al palco semicircolare ad ascoltare brani scelti delle soavi melodie di Puccini, o quelle più solenni di Verdi, e di tanti altri autori.
Aveva circa sedici anni quando Cinquino divenne la tromba solista della banda musicale del paese. Lui la sua tromba la governava con l'anima e le note che ne promanavano erano dolci e delicate.
Furono quelli gli anni che donarono a Cinquino non soltanto la notorietà nel paese, ma anche l'amore, un amore purissimo e delicato come può sbocciare nella felice stagione dell'adolescenza.
L'immagine del suo sogno si chiamava Lia: i capelli neri e tanto lunghi annodati dietro, due occhi profondi e limpidi come il chiarore delle albe, un viso etereo.
Fu subito un amore fatto di incontri lontani, alla distanza, furtivi; quando accadevano, questi incontri di sguardi, era più che parlare, era l'estasi, con il cuore che balzava prepotente fino alla gola tanto che non avrebbero trovato parole, nemmeno se ne avessero avuto occasione.
Cinquino era venuto su un bel giovanottino, come suole dirsi, aveva gli occhi parlanti, essi da soli, ed un viso aperto, mobile, che esprimeva ogni sensazione più segreta.
Lia era anche un sogno irraggiungibile, poiché la sua famiglia era importante, la famiglia più importante del paese. La distanza sociale tra la famiglia di Lia e quella di Cinquino era abissale, incolmabile.
La stessa casa di Lia, sontuosa, con il grande portone centrale, ad arco, e due cariatidi laterali che, con la loro sembianza di pietra, decretavano l'impenetrabilità, sovrastante sui tetti delle case basse, più o meno, delle quali era popolato il paese, sembrava evocare, con debita proporzione, il castello di don Rodrigo di manzoniana memoria.
Percorrere quella strada, ove si ergeva il palazzo del sogno, per Cinquino era un impulso spontaneo, e vedere Lia, il solo volto di Lia, inghirlandato dai suoi neri capelli, dietro la ringhiera di pietra di uno dei balconi del palazzo, era come correre sulle ali della fantasia; proprio correre, poiché mai, una sola volta, quando gli accadeva un incontro estatico di sguardi, gli riusciva possibile fermarsi un solo istante; non ne era capace, pur se avvertiva che lo sguardo di Lia lo seguisse oltre, fino al limite della strada, e lui non sapeva più come camminare, credeva perfino di essere goffo, impacciato, che non esistesse alcunché d'attorno.
Da settembre a metà di giugno, pressappoco, Lia era lontana dal paese, in collegio. Erano mesi interminabili per Cinquino. Allra dedicava la sua vita giornaliera alla musica e la sera, ogni sera prima del sonno, la musica si rivoltava dentro la sua anima per divenire sogno, l'altalena del sogno che sa cullare lieve carezzando i pensieri.
Cinquino amava anche leggere e la lettura gli apriva orizzonti lontani, una vita tutta sua, con Lia, per il mondo.
La sosta di Lia in paese, al ritorno annuale dal collegio, era troppo breve; già ad inizio di luglio si compiva il rito della villeggiatura e la famiglia di Lia, tutta, con una enormità di bagagli e con la servitù, partiva per la villa di campagna, settecentesca, su un grande parco, distante un bel po' di chilometri dal paese.
Fu durante un'estate che Cinquino decise una grande impresa. Prese breve congedo dalla banda musicale e partì verso la villa di campagna di Lia, per attestarsi lì nei pressi, non visto, in un vecchio casolare disabitato. Doveva pure accadere, un giorno o l'altro, un incontro con Lia.
L'incontro avvenne.
Lia passeggiava tutta sola, chissà con quali pensieri, bellissima, lungo un viale ombroso del parco.
Cinquino sentì dentro di sè tutta la musica che costituiva l'altra dedica silenziosa della sua vita; fu un attimo, varcò come un felino l'alta e spessa siepe che recingeva il parco; Lia sentì un fruscio improvviso, un moto di sorpresa, prima sgomenta e poi serena; furono vicini senza parole, le loro labbra si appressarono leggere come far falle colorate che si adagiano sui fiori; le loro mani si strinsero teneramente, pulsanti come se i loro cuori impazziti si fossero trasferiti in quella breve stretta di mani e Cinquino fuggì.
Lia ebbe tempo di dire: "Brunetto, amore mio!". Cosi le piacque di chiamarlo poiché sconosceva il suo nome (e così, d'ora in poi, nel volgere di questa favola, chiameremo Cinquino).
Sul far dell'autunno, Lia ripartì per il collegio. Quell'anno avrebbe completato i propri studi e in quell'anno travasarono le loro anime ardenti ed inquiete in una fitta corrispondenza; erano lunghe lette re che recavano ebbrezza sognante, la poetica immagine sepolta che sta dentro l'anima di ognuno e che, tanto spesso, le parole non sanno esprimere.
La superiora direttrice del collegio rimase insospettita dell'infittirsi di questa corrispondenza ed avvertì la famiglia di Lia.
Il padre di Lia ne fu sconvolto e furibondo: “uno scandalo, una vergogna! - andava ripetendo - l'onorabilità della famiglia compromessa da questo furfante, un suonatore di tromba!”.
Dopo ripetuti ripensamenti e riunioni di famiglia, venne convocato Brunetto; il quale rimase muto, tremante, con il volto colmo di rossore dinanzi alle rampogne del padre di Lia. Fu cacciato fuori a spintoni.
Brunetto non aveva mai visto, prima di allora, una casa così ricca di marmi, di mobili pregiati con l'intarsio. Rimasero impressi nella sua mente - non si sa perchè - i due camerieri con le giacche a righe rosse e bianche abbottonate fino al collo, e le due rampe di marmo bianco che dinanzi al grande salone di ingresso, con le loro colonnine anch'esse di marmo ai due lati, confluivano in un grande amplesso verso la porta misteriosa del...cielo.
Scomparve per tanti giorni dal paese; tanto lui, senza genitori ed i suoi fratelli dispersi ognuno con la propria vita, viveva con la vecchia nonna, sclerotizzata dagli anni e dagli acciacchi. Pensava che tutti , proprio tutti, in paese, sapessero ciò che gli era accaduto. Gli importava, più di ogni cosa, che tutti potessero sapere del suo amore per Lia; “è questa era una cosa sacra, della quale nessuno doveva conoscere o parlare”; era geloso di questa cosa sacra che recava nell'anima, era una cosa tutta sua e di Lia.
Finiti gli studi, nel luglio successivo, Lia fu inviata ospite presso due suoi zìi che vivevano in una città del Nord. Lui fratello del padre, un avvocato severo, mai incline al sorriso, lavoro e casa; e la moglie, incolore ed aspra, degna sua compagna, frustrata dalla mancanza di figli.
Fu una prigione adatta per le idee malsane di Lia. Così trascorse tutta quell'estate, l'autunno greve e malinconico che lei scorgeva nel lento svestirsi degli alberi lungo il viale sottostante. Trascorse così, con la sua ansia repressa, pur sempre dolce e serena, altro tempo fino alla nuova estate, quand'è che fu fatta rientrare in paese.
Brunetto seppe dell'arrivo di Lia, come sapeva che non l'avrebbe più rivista; non poteva e non avrebbe dovuto.
Poteva soltanto vaneggiare nel ricordo di lei come accade con il lento declinare dei sogni.
E vaneggiando costruì nella sua mente la impresa più ardua, come un'ultima dedica per la sua ... sposa scomparsa, per sempre.
Era abitudine molto praticata in paese che i matrimoni della gente danarosa culminavano sul far della sera in un ricco ricevimento nella casa della sposa, con la cornice di un gran numero di invitati vestiti a festa aggirarsi tra abbondanti libagioni.
Poi, gli sposi si appartavano nella loro abitazione nuziale, odorosa di nuovo.
Nel cuore della notte un'orchestrina si recava sulla strada, dinanzi alla abitazione degli sposi, per la “serenata”; suonavano le melodie più toccanti fino a che si illuminava la stanza degli sposi e questi dal balcone lanciavano confetti.
Questa serenata Brunetto la voleva, doveva accadere, nessuna cosa al mondo poteva impedirgliela.
Invitò alcuni suoi amici orchestrali in una determinata notte a svegliarlo con una serenata, la più soave
serenata che avessero mai fatta.
Il silenzio di quella notte prestabilita venne infatti rotto dalle melodie della serenata fino a quando la finestra a pianoterra di Brunetto (poiché lui non aveva abitazione con il balcone) si illuminò; poi si spalancò la porta di ingresso e apparve, vestito a nuovo, che trascinava un manichino ricoperto di un bellissimo abito da sposa. Brunetto prese la sua tromba e si unì agli orchestrali, dopo avere cosparsa l'angusta via antistante di confetti, e la musica dolcissima, prolungata, svegliò tutti gli abitanti di quella via; e tutti assistettero ammutoliti ed ascoltarono la serenata alla sposa scomparsa di Brunetto, anche le stelle che sembrava luccicassero di più, su per il cielo; Brunetto fece vibrare a lungo la sua tromba, ondeggiante come la sua anima, con gli occhi chiusi, colmi di lacrime.
Dopo alcuni mesi, Brunetto riuscì ad emigrare in America. Lui il mestiere l'aveva; era un mestiere che non bisognava di alcuna lingua parlata, poiché non è fatto di parole ma di note come i sogni nascosti che vivono silenti nel cuore.
Trovò lavoro, di volta in volta, in piccole orchestre vaganti in locali di poca importanza, girando su e giù per l'America. La vita stagnante a little Italy, presso il suo benefico parente che gli aveva agevolato l'immigrazione, non gli avrebbe dato ristoro.
Brunetto, oramai, era destinato a vivere senza spazio o quiete, se non in compagnia della sua tromba e del suo manichino inerte vestito da sposa.
Assimilò con naturalezza la musica jazz, poiché nel jazz scoprì il dolore del pianto senza lagrime.
Tornò sì a little Italy, ma dopo tanti anni, quando lo stesso muto dolore del jazz non seppe riempire nemmeno la piccola parte dell'anima che ancora gli destava un alito di vita. Divenne una immagine vivente di pietra, cominciò a vivere nel buio dopo aver distrutto anche il suo manichino con l'abito da sposa.
Lia non ebbe notizie del suo Brunetto, dopo la serenata folle in una notte colma di stelle.
Le dicerie furono tante e dovette piegarsi alla volontà del padre: divenne sposa di un ricco signore, come fu suggerito senza possibilità alcuna di “ogni contraria eccezione” dall'arcigno zio avvocato del quale era stata ospite-prigioniera, il solone di famiglia. Andò ad abitare nella stessa città del nord dove lo zio imperversava.
La vita sfarzosa e l’inerzia sonnolenta del suo ricco marito, la immobilità spirituale di costui la travolsero e la condussero al vizio.
Lia divenne una donna da salotto, ammirata, ricercata, tentata per quanto era nel suo destino di doversi consegnare al girotondo delle vacuità.
Si parlò di suicidio quando fu trovata riversa sul letto, priva di vita anzitempo, il volto sempre dolcissimo, con una scatola vuota di barbiturici adagiata sul comodino.
Quando il padre di Lia fu avvertito stava scendendo per una delle due rampe di marmo bianco che da due lati confluivano in un grande amplesso verso la porta misteriosa del...cielo.
Si fermò su quella rampa di gradini e rimase per alcuni minuti immobile, in silenzio. Era da tempo che non aveva più notizie di Lia e della sua vita.
Poi ordinò ad un servitore che gli approntassero il calesse, con il quale si avviò, poco dopo, verso il suo podere, con il vestito di velluto marrone a coste, gli stivali massicci, il fucile da caccia.
Quando il calesse si mosse, “nerone”, il suo splendido cane, accovacciato com'era accanto a lui, era inquieto e guaiva.
Natale Valenti