LA PARETE AZZURRA



     Sì, una parete tutta azzurra, l'aveva dipinta così.

     Era una sola stanza (pranzo, letto, piccolo studio, piccolo salotto e un caminetto di pietra grigiastra).

     Su quella parete azzurra, ogni sera, specchiava la sua anima ed i suoi ricordi di mare; vi si abbandonava in una contemplazione estasiata, sognando; la scorgeva - la parete - ora limpida come baciata dai riflessi del sole, ora annebbiata tra le spire di fumo della sua pipa come quando il mare è ricoperto da una caligine senza confine.


     Emile era divenuto amico di due adolescenti che abitavano lì nei pressi, in un altro casolare sperduto per quelle aspre colline, così lontane dalla vista del mare: due fratelli, uno quindicenne, l'altra tredicenne con due trecce nere sui due lati del volto.

     Essi lo ascoltavano rapiti: racconti di mare, fatti di vita in lontani spazi del mondo, immagini raccolte dal vero come sfogliare, ad una ad una, tante fotografie ed animare con esse altrettante porzioni di tempo.

     

     Le aspre colline della Bretagna dove si trovavano quei casolari dispersi erano sferzate per settimane da piogge incessanti.

     I due adolescenti, amici di Emile, avevano percorso la distanza fra i due casolari con gli stivaloni calzati fino alle ginocchia e con ampi mantelli impermeabili.

     Ora sostavano accanto al caminetto acceso; il crepitio della legna assecondava il lento rumore della pioggia mentre il bagliore riflesso dalle fiamme illuminava appena i loro volti e quello di Emile che raccontava: viaggio al Nord, nel mare Baltico e un viaggio in Oriente.


     Quando raccontava, era come se parlasse di un altro Emile, poiché infatti quello Emile dei suoi racconti era divenuto per lui il bagaglio di un tempo perduto, l'ombra malinconica dei ricordi.

     Nelle navi, in quelle da crociera, c'era anche il night club, giù nel ponte inferiore, come in una buca.

     Era da cinque giorni che la nave solcava il mare senza fermarsi mai, senza stanchezza.

     Emile vi si era recato, una sera, in un angolo in penombra, tra le luci rosse che donavano sembianze di fuoco alle coppie danzanti e rendevano fiammeggianti i capelli delle donne, trasfiguravano i volti ed i pensieri.

     Il piccolo bar, dinanzi, era anch'esso inondato di rosso, le bottiglie sulle due      mensole incassate nella parete sembravano tante braccia protese verso l'alto, inneggianti, esaltanti, fino a confondersi con quelle sembianze di fuoco.

     Gli orchestrali erano quasi immoti, con le camicie arabescate: un'armonia dopo l'altra e l'organo dolcissimo che soverchiava.

     L’ultima armonia che Emile ascoltò quella notte ripeteva sempre, attraverso la      voce del cantante "ne me quitte pas".

"Ne me quitte pas"?

     Ma a chi poteva rivolgere quelle parole Emile?

     Eppure le ascoltava ancora, percorrendo a notte inoltrata i corridoi stretti e silenziosi della nave.

     Gli uomini di fatica erano già intenti alla pulizia.

     Camminò ancora lungo la passeggiata di coperta; la nave era avvolta nel buio profondo della notte seguendo placidamente il suo schiumoso cammino, fatto perfino di mistero; il cielo era colmo di una infinità di stelle prima dell'incerta luce dell'alba.

     Emile amava il colloquio con il mare, fatto senza parole: il mare magari usa tessere il colloquio con il rumoroso infrangere delle onde sulla chiglia, un mormorio sempre uguale che poi diviene carezza.

     Emile era avvezzo, in altri tempi, ad avventurarsi con una piccola barca lontano dalla riva e poi fermarsi e abbandonarsi in quel colloquio tra la sua anima ed il mare, nel silenzio.

     Il mare è sempre nuovo ed eccitante, vi si appaga ogni inquietudine, per darne altre, di inquietudini, e poi sensazioni indefinibili - tante - ora colme di oblio, ora di serenità, di raccoglimento o di impazienza, silenti e festose, intessute di infinito.

     Quando apparirono le prime luci dell'alba si scorgevano, appena, alte e grigie scogliere.

     Emile le scrutò - quelle scogliere - con il colore della fantasia, stagliate , battute dai flutti che si innalzavano in un groviglio di bianco; dietro quella cortina rocciosa gli parve di intravedere un tempo remoto dal quale emergevano, come fantasmi, i personaggi di Kipling, di Cronin, di Conrad, carichi di avventure, di storie di amore, di emozioni, di tenacia, di orgoglio, di ondulate passioni, di pregiudizi puritani e di modernismo, di sonnolenta pigrizia in un tea-room (uno dei tanti) e di aneliti di nuovo, di abitudini tarde come il tempo e di rincorsa del tempo, un intreccio di sentimenti, contradditori perfino; il tutto attorno a case uguali, in miniatura, e dentro di esse, interrotte qua e là da vecchi sontuosi castelli; il tutto dentro una scatola che si chiama isola, (l'Inghilterra), perennemente costretta, lambita, tormentata, accarezzata dal mare.

     E' così - pensava - che la gente isolana reca scolpito nell'anima il tatuaggio del mare.


     Il tatuaggio del mare Emile lo portava dentro di sè; aveva modellato fin dall’infanzia il suo carattere, il suo amore per il silenzio, la sua voglia di spazio, lo spasimo per viaggi lontani e di vagabondaggio per il mondo; gli aveva donato una scorza di durezza e la sicurezza di sè per mascherare l'ombrosa fragilità dei sentimenti, talora di noia e talaltra un gran desiderio di vita quando gli occhi luccicavano di futuro.

     Dopo tanti anni riuscì ad assaporare i mari dell'Oriente, le immense distese di spiagge solitarie con la sabbia sottile e rossa, adornate a corona dagli alti alberi tropicali che non ondeggiavano nemmeno quando il cielo diveniva nero come non è facile immaginarlo ed il forte vento dei tifoni li frustava senza sosta; il pullulare delle tipiche barche di giunco colme di mercanzia nei porti e la gente che mercanteggiava tra tra le barche stesse poiché quelle barche erano lavoro, casa, ristoro, la loro vita stessa.

     Era un'alba grigia ed incerta quando la nave - in quel viaggio verso il Nord - attraccò a Leningrado.

     Tra poco, dopo le complesse operazioni di sbarco, Emile avrebbe potuto percorrere la vecchia Pietroburgo degli Zar, fastosa ed intellettuale, le sue lunghe e sontuose piazze attorno alle quali troneggiavano le basiliche ortodosse dalle tondeggianti cupole dorate, raccolte a raggiera diseguali, le sue lunghe vie con gli austeri palazzi rinascimentali, talora baroccheggianti (l'Ammiragliato, la piazza del "Palazzo", l'interminabile Palazzo d'inverno, i bronzei monumenti dedicati agli zar), i solitari viali lungo il grandioso fiume Neva con gli alti lampioni decorati (come si fosse a Parigi lungo la Senna).

     Non era possibile non ricordare le pagine romantiche ed aspre e violente della narrativa russa, i fasti esasperanti delle corti zariste incomprensibilmente toccanti ed anche detestabili, colmi sempre di mistero e di intrighi; e poi questo mondo nuovo ancora più impenetrabile del mondo zarista.

     I primi contatti emotivi Emile li avvertì, scrutando il volto pacato ma indecifrabile della giovane guida che, avvolto in una casacca, raccontava che da quel vecchio incrociatore "Aurora" ancorato lì dinanzi, in un canale affluente del Neva, venne sparato il primo colpo di cannone che diede inizio alla inarrestabile sollevazione di massa che poi si chiamò rivoluzione di ottobre.

     Lungo la "prospettiva Nevschi" (la interminabile via centrale di Leningrado) si coglie - ed Emile lo colse - l'impatto con il grande fenomeno di massa senza nome che caratterizza quel Paese; uno sciamare continuo di gente, le lunghe file in ogni dove (spacci, magazzini, chioschi per dissetarsi),  alle fermate dei tram, agli ingressi della metropolitana, ovunque.

     Lo stesso spettacolo di massa anche nelle immense sale dell'Hermitage, così ricche di dipinti, di arazzi, di armature, di enormi vasi di inestimabile valore, di tanti tesori d’arte.

     Proprio a Leningrado Emile entrò - scalzo come si conviene - in una moschea.                Ciò gli apparve un simbolo della contraddizione che, per molti aspetti, gli era parso di percepire nel suo primo contatto con il mondo russo : rivoluzione di ottobre e storia Zarista gelosamente custodite nei monumenti e della illustrazione di esse; chiese ortodosse, moschee ed ateismo razionalizzato; romanticismo e materialismo storico, fasto del1'Hermitage, dei ricchi palazzi storici, delle residenze zariste e masse in movimento e quasi senza volto e senza idee, grandiosità e continenza, fasto e miseria, due anime ; l'una così vicina a quell'altro mondo che sta al di là della barriera, all'occidente, l'altra impenetrabile, collettivizzata, anonima, inespressiva, perfino inerte.

     Un nuovo tuffo verso romantici ricordi dinanzi al collegio Smolny (il collegio per le educande della ottocentesca ed egocentrica Russia-bene): un angolo silenzioso, attorniato da una lunga cancellata di ferro, altri alti fanali in ferro come candelabri, tanto silenzio, ancora un angolo parigino alla Touluse-Lautrec e, poco distante, ancora il gran de fiume Neva, grigio e sonnolento.

     Il tratto Leningrado-Mosca e viceversa Emile lo percorse in treno.

     Mosca lo accolse in un gelido mattino, sul finire della breve estate nordica.

          Del resto non avrebbe immaginato diversamente il primo incontro con Mosca tanto che, nel tardo pomeriggio, quando cominciò una pioggia pigra e sottile ne fu pago : il quadro della sua immaginazione era completo.

     Già, prima, mentre il treno avanzava, lento e silenzioso, nella sterminata steppa della Bielo-Russia, dal finestrino cosparso di brina aveva visto sfuggire dagli occhi assorti le insolite stazioni fatte soltanto di una pensilina, i casolari di campagna con i tetti di legno, distese di betulle, viandanti isolati o a due, a tre, in fila che, per i sentieri di campagna, si avviavano al lavoro.


     Quando la nave lasciò Leningrado, di sera, pioveva ancora.

Il Mar Baltico, ferroso e grigio, ha i fondali bassi, da rendere sempre inquieta la navigazione.

     Nel viaggio di ritorno vi era anche una folta nebbia ed il mare ribolliva, facendo ondeggiare la nave.


     Emile volle ugualmente restare in coperta come se dovesse lui governare la rotta, intervallata da boe luminose o addirittura da qualche nave-faro.

     Ricordava ancora le interminabili strade di Mosca con i suoi grandi palazzi anonimi; ancora la immagine di tanta folla anch'essa anonima; la grande piazza rossa, i magazzini "Gum" con i lunghi locali rettangolari coperti da tettoie di vetro colorato, allineati l'uno accanto all'altro e con le loro balconate d'attorno, a giro, di pietra arabescata, migliaia di banconi di vendita attorniati da gente, un acre odore di zolfo. Poi il Cremlino con gli ampi spiazzali di duro selciato e le pregevoli sei Chiese ortodosse che vi fanno cornice, con le pareti - dentro - luccicanti di oro, con tante pregevoli icone, quasi odorose di incensi: una città nella città votata alla preghiera se non fosse che poco distante un grande palazzo sobrio a più piani, con tante finestre, simmetricamente allineate, non recasse scritto sul frontale del portone di ingresso: CCPC.

     Ricordava, come una rarità nascosta, un vecchio monastero ortodosso, e nel giardino attorno pietre tombali corrose dal tempo e contornate da incolti cespugli, che recavano iscrizioni cirilliche. La visione della città, distesa a perdita d'occhio, dalla collina Lenin, una distesa intersecata dal placido fluire del Moscova ed interrotta da quei cinque o sei grattacieli a guglie svettanti, a canne diseguali di organo, con la grande stella troneggiante sulla guglia più alta; la piazza Smirnov ed il teatro Bolscioi con il caratteristico frontale a triangolo allargato sorretto da colonne come un tempio greco; la pingue donna che cantava melodie russe, la sera prima, durante la cena consumata nell'albergo "Russìa”; il ricordo appena trascorso di questo imprevedibile Paese freddo e romantico, austero e morbido, forse anche collettivista ed individualista ad un tempo, rivoluzionario e quieto, suscitatore di immagini violente e di dolci poetiche visioni, in ogni caso indimenticabile.

     La lunga notte del Nord stava per finire, Emile era intorpidito dal freddo; andò a dormire e per tutto il mattino seguente, quando la nave aveva di già lasciato il mar Baltico.


     In un altro pomeriggio - seduti fuori su una ruvida panchina di pietra, poiché era primavera inoltrata, Emile raccontò ai suoi giovani amici del casolare vicino, che aveva da sempre sognato di navigare, anche per poco, sull'oceano Pacifico.

Questo oceano, pur fatto di mare, gli aveva cullato tanti sogni fin dagli anni della fanciullezza; forse per la infinità di isole che vi sono disseminate, forse per quel senso di lontananza che sa suscitare le immagini più vive della fantasia, forse anche per il ricordo di tante avventure di mare lette con avidità in anni lontani quando l'anima sa ancora colorarsi di speranza e di ansia di vita.

Anche per poco riuscì a provare questa emozione e poté inoltrarsi proprio sul mare del Pacifico partendo da Channel-Island con una bella e grande imbarcazione da diporto tutta dipinta di bianco.

Channel-Island si trova sulle coste della California a circa 80 miglia a nord di Los Angeles: tanti canali di mare intersecantisi dentro il porto e lungo questi canali, l'una accanto all'altra, tante armoniose villette (da fine settimana), ognuna con il suo ponti le di legno e la imbarcazione ancorata pronta per il viaggio.

Quella imbarcazione, per quel breve viaggio nel Pacifico, aveva anche una denominazione particolarmente gradevole : “Gabbiano”.

     Infatti, non appena si mosse, vi erano tanti gabbiani che volteggiavano per il cielo e donavano quel senso di gaiezza che soltanto le cose del mare sanno dare.

     Quando Emile si trovò a solcare il Pacifico rimase incantato, nella cabina di pilotaggio, con gli occhi sperduti sull'ondulare delle onde, come se quel viaggio avesse una destinazione ignota e potesse così disperdersi verso uno spazio senza confine, là dove sembrava, all'orizzonte, che dovesse esserci un confine e poi, invece, vi era un altro confine, e poi un altro ancora, e questo confine era fatto di infinito.

     Fu talmente rapito dal senso di infinito che gli parve di scorgere una Sirena, diritta, con le mani ferme al timone, i capelli sciolti al vento che emergevano da un berretto da marinaio con la lunga visiera.

     Era sogno o realtà?

     Quando la imbarcazione virò a diritta, e poi ancora a diritta, lasciando dietro una lunga scia ad arco, colorata di verde smeraldo, per rientrare verso il porto di Channel-Island, il sole declinava già ed il volto della Sirena, diritta con le mani ferme sul timone, era indorato.

Il tramonto sul Pacifico è violento, improvviso, come se il sole precipitasse dall’alto; allora l'oceano si tinge di rosso come un ultimo sussulto di vita prima della notte.

Il mare, quel mare, cominciava infatti a tingersi di rosso quando la imbarcazione percorse il suo canale di approdo e i gabbiani continuavano a volteggiare per il cielo.


     “Emile,” - chiese l'una dei due suoi giovani amici - “perché hai fermato la tua vita in questo casolare? “.

     

Emile rimase per un po' pensieroso, come fosse indeciso.

     Taluni ricordi non è facile tradurli con le parole.

     Poi riprese a raccontare.


     Da un viaggio di mare, tra tanti, ebbe origine una imprevedibile avventura, imprevedibile e fatale come accadono le cose della vita.

     In vista della rocca di Gibilterra il mare divenne inquieto. Non fu possibile assistere alla danza leggera dei delfini che, in quel tratto di mare, sono soliti balzare fuori e rituffarsi festosi, attorno alle navi in transito, a gruppi, con ritmi uguali, una, due, tante volte.

     La stessa rocca - a diritta - era avvolta da una densa coltre di nebbia e, a mano a mano che la nave si inoltrò nell'Atlantico le onde divennero furenti, da attraversare la tolda da un lato all’altro.

"Mare forza 8 si sentiva dire dai marinai affaccendati mentre stendevano a fatica lunghe corde, per passamano, lungo i corridoi stretti, per le scale, nei saloni.

"Divieto di transitare in coperta” - ripeteva con frequenza l'altoparlante -, "Si consiglia di stare distesi sulle cuccette".

     Ma Emile doveva restare a forza in cuccetta, intorpidito dalla febbre violenta; non avvertiva nemmeno il forte rollio; udiva appena il frequente ululo della nave che stentatamente progrediva nella notte.

     Così fu per il giorno seguente e per la notte successiva.

     Venne l'alba seguente ed il mare si placò, come per incanto.

     Tra il diffuso chiarore mattutino del mare e del cielo si intravedeva, appena emergente, una grande macchia di verde : Madeira.


     Dopo l'attracco della nave; il capitano dispose lo sbarco di Emile in preda alla febbre delirante e ne trattò con le locali autorità portuali il ricovero in ospedale.

     Quivi rimase per oltre due mesi.

     Rimesso in salute Emile trovò alloggio in una pensione poco distante dalla piazzetta centrale di Madeira, una traversa a pendio del corso più importante, con le case linde e con i piccoli balconi quasi baroccheggianti - l'inconfondibile stile "manuelito” - stracolmi di fiori. Del resto, lì nei pressi, vi era il mercato dei fiori, splendidi in ogni mese dell'anno; una eterna primavera, mite e gentile come gentili sono quegli abitanti e le stesse colline ed i monti sovrastanti, con tante case bianche disseminate in ogni dove tra ì vigneti, con tanti alberi, con i bananeti - tanti - dalle lunghe foglie ricurve e frastagliate come spade di antichi guerrieri, e fiori, tanti fiori ovunque, financo nei margini delle strade tortuose che si inerpicano dolcemente, specialmente orchidee, strelizie, lillà.

In quella stessa pensione conobbe fortuitamente il direttore del Grand Hotel Ritz e tramite questi ottenne più volte il visto semestrale di soggiorno dalle autorità di Polizia ed anche un lavoro presso lo stesso Hotel Ritz, il più suggestivo degli alberghi. del luogo, appena fuori dalla zona abitata, a metà costa, abbarbicato a picco sull'oceano fino a scorgere gli azzurri fondali e disperdersi alla vista tra i sentieri del sogno.


     Emile, appoggiato alla ringhiera del parco dell'albergo, era solito trascorrere il suo tempo libero - le ore del tardo pomeriggio - a contemplare i fondali del mare, ad inebriarsi di azzurro, a scorgere il fluttuare spensierato dei pesci di ogni dimensione, a contemplare il declino del sole ed il suo lento scomparire sul mare che diveniva rosato per ricomporsi poi di azzurro e poi di nero, con la fine del giorno.

     Fu proprio in una di queste ore spensierate che incontrò Doll - (“bambola” come aveva voluto denominarla la madre inglese) - per caso anch'essa appoggiata alla ringhiera, poco distante.

Doll era impiegata presso l'amministrazione dell'albergo Ritz; era Lei, anzi, a corrispondere quindicinalmente le retribuzioni ed Emile la scorgeva appena ; era un rito, un'abitudine, ogni volta: una firma e la consegna, del danaro.

     L'incontro lungo la ringhiera sovrastante a picco sull'oceano sconfinato fu rapido e perfino insignificante: un incrocio di sguardi e un saluto.


     Doll si allontanò ed Emile ne poté ammirare, questa volta, la grazia spontanea del portamento e - a pensarci bene, dopo, - la bellezza particolare, la luminosità degli occhi, l'incantevole sorriso.

     Tornarono a rivedersi, quasi per un tacito appuntamento; cominciarono a trascorrere lunghe ore pomeridiane, dopo il lavoro, seduta su una delle panchine che si intervallavano dinanzi alla ringhiera ed al mare.

     Parlarono tanto, si scoprirono, per tanti aspetti, affini.

     Quindi l'attrazione, il piacere di ritrovarsi, sempre freschi e frementi nell'anima.

     Nacque anche la speranza di costruirsi un ’’domani” assieme e cominciarono a vivere avvolti dal sogno.

     Tanti momenti senza pensieri e vivere di incantesimo: la discesa, accovacciati sul grande cestello di vimini – come usano fare i turisti, per il lungo scivolo dalla cima del monte, sormontato da un antico santuario, fino a giù nella piazzetta, (il cestello sorretto con le funi da uomini scalzi che ne frenano dolcemente il percorso); e, ai due lati del lungo scivolo, due altrettante lunghe gradinate con le casette bianche. l'una sull'altra, a salire, quasi all'infinito, fino al cielo. Le passeggiate per i viottoli verdi delle colline inondate dal profumo di tanti fiori diversi dai mille colori. I tramonti di fuoco ammirati sull'oceano e, subito dopo, la grande quiete d'attorno (grande e diffusa come la bianca luce del crepuscolo).

     A metà percorso tra Madeira e l'Hotel Ritz vi è un villaggio di pescatori denominato Camara de lobos (la tana dei lupi, dei lupi di mare). Un piccolo porto naturale ed ai margini della piazzetta la piccola e disadorna Chiesa bianca e tante casette a corona, un acre odore di salsedine.

Emile era divenuto amico di alcuni pescatori di Camara de lobos.

     Ottenne di partecipare con Doll ad una gita di pesca.

     Il mare era in bonaccia e partirono di sera per fare ritorno nel pomeriggio del giorno seguente.

     I pescherecci uscirono dal piccolo porto in fila, l'uno dietro l'altro, con le lampare accese a prua.

     Fu una esperienza' emozionante: nel cuore della notte i pescherecci si disposero a raggiera per tendere le reti fino a sperdersi, ognuno dalla vista, come si era sperduti dalla vista dell'isola, chè non si scorgevano nemmeno le tenui luci.

     Poi la caligine della notte che risaliva sottile dal mare; sembrava proprio il respiro del mare.

     Emile e Doll, bene imbacuccati con le ampie casacche e con i cappelli cerati ad ampie tese avuti in prestito dai pescatori, noncuranti del freddo umido, incrostati dalla salsedine, rimasero in coperta, vicini vicini, ad ammirare il viavai dei marinai, la infinità di stelle che si scorgevano luccicanti nel transitare intervallato dei banchi di caligine, a vivere di mare in quelle ore di quiete fino a quando, con le prime luci dell'alba fatta di morbido biancore, cominciò la grande fatica della tirata delle reti.

     Con il sole già alto e splendente ricominciò il viaggio di ritorno e i pescherecci si scorgevano tra loro e si appressavano e andavano disponendosi in fila.

     Pranzarono lungo il viaggio di ritorno con il pesce cucinato come soltanto i marinai sanno fare.

     Tutto il giorno per ritornare, sempre scaldati dal sole anche nei pensieri , quando già si vedevano gli incerti contorni dell'isola verde, che diveniva sempre più distinta fino al delinearsi delle casette bianche e del piccolo porto; una sera di pace con un grande sapore di mare.

     Doll rimase in attesa di un bambino, “proprio un bambino”, come andava ripetendo, dopo, Emile.

     Era troppo presto per costruirsi un "domani"?

     Non si sa.

     Non si sa nemmeno come e quando la realtà diviene inquieta e difficile. Era necessario interrompere quella maternità incipiente?

     Bisognava farlo e cosi avvenne; del resto Doll era già madre, da prima.     

     Dopo quel trauma, Emile - più che Doll - sentì inaridirsi l'anima.

     Fu il lento declino di un amore: si era spezzato il sogno!

     Quando Doll capì era troppo tardi.

     Emile tendeva a diradare gli incontri con Doll, la incitava a restituirsi alla vita quieta di prima.

     Qualcosa che lui stesso non sapeva indovinare andava maturando dentro di sè.

     Certamente non avvertiva più il calore del risveglio, la voce della speranza, non amava più alcun domani se non con un indefinibile disagio; erano crollate in lui la voglia dell'entusiasmo, le visioni trasognate delle tante cose che avrebbe voluto fare domani, e poi domani, domani ancora, per tutta la vita.

     Gli era divenuta ostile ogni cosa: il volto della gente, la fragranza di quell'oasi di verde in un'isola accarezzata dal mare e dall'azzurro del cielo.

     Volle partire.

     Sembrò un breve viaggio (anche per ritrovare sè stesso, come disse a Doll); fu un addio.

     Nessuno, proprio nessuno avrebbe potuto cambiargli l'idea fissa che Doll dovesse ritornare ad essere madre, come era stata prima che divenisse, con lui e per lui, la immagine vivente del sogno.

     Amava tanto Doll per non desiderare che lei ritrovasse la sua vita di prima.


     Rientrò in Francia, in Normandia.

     Gli era sopravvenuta una grande noia della vita; ma - di più - la sua crisi diveniva gradatamente globale.

     Lunghi spazi di vuoto, sempre più frequenti, lo inducevano a girovagare senza meta, ad improvvisarsi senza memoria di sè.

     Il suo vagabondaggio lo condusse a Mont S. Michel : una rocca sul mare della Manica unita alla terraferma da una sottile striscia di sabbia che ad intervalli di ore subisce il flusso dell’alta marea e rimane un’isola, come un miraggio, con la sua cima aguzza a forma di cono e le piccole case appollaiate attorno tra le strette vie e le gradinate. Poi, con la bassa marea ritorna quella striscia di sabbia unta di mare e vi transitano le carovane di turisti.


     Emile attese, un giorno, l’alta marea e si tuffò nel mare, vestito com'era; per andare, dove?

     Nemmeno lui lo sapeva; lo ritrovarono zuppo d'acqua e tramortito sulla spiaggia, lambito dai riflussi del mare.

     Non riacquistò la memoria; fu condotto in una casa di cura, in Bretagna, a Merlaix, per rimanervi alcuni anni.

     In questi anni riprese lentamente a guarire, a ricordare.

     Morlaix, accovacciata in una valle che fluisce sull’Atlantico, con le case antiche ed i tetti ripidi e grigi, con la sua inerte vita di provincia non contaminata dal tempo, fu per Emile la vera insperata cura della sua memoria e della coscienza di sè e di tutti i suoi anni trascorsi, della sua vita avventurosa; gli ridonò il ricordo del suo tempo più vero in un’isola di verde proprio su quel mare, ma lontana, a sud-ovest, dispersa in quell'oceano.

     Oramai erano soltanto ricordi.

     Dopo altri anni di lavoro avvertì pressante tanta stanchezza.

     Volle sfuggire alla vista del mare, riuscì ad acquistare il piccolo vecchio casolare tra le aspre colline della Bretagna, così desolata e così bella con il silenzio che vi gravita da secoli.


     Su quella parete azzurra, così come l’aveva voluta dipingere specchiava ora tutta la sua vita inappagata, riviveva il sogno impossibile della sua vita con Doll e con il loro figlio.

     Riviveva, nel sogno, tanti momenti di una vita mai accaduta ; ore inebrianti quasi fossero ancora una speranza.

     Viveva soltanto per quella parete dipinta di azzurro.


     Una parete azzurra, l'ultima inanimata frontiera dei sogni!



Natale Valenti