LA MONTAGNA DI SALE
Joseph - (Jò, per gli amici) - aveva fatto ritorno nel suo antico paese di origine dall'America, dopo tanti lunghi anni.
Aveva lavorato duramente (i più disparati mestieri). Aveva raggranellato un po' di danaro ed una pensione; il suo desiderio di ritorno, lungamente sofferto, era stato appagato.
Erano soltanto ricordi, oramai, le sue trasognate immagini del lontano paese, arroccato a pendio sulla collina, in vista del mare; erano ricordi anche le sue nostalgie nei freddi dicembri quando le vie di Middletown, nel Connecticut, (la sua prima tappa americana), si moltiplicavano di luci nel l'attesa del Natale, e lui racchiudeva dentro di sè la visione quieta del paese ed il dolce rintocco della campana nella grande notte, un'eco lontana che non riusciva a dimenticare.
In paese, al suo ritorno, aveva ritrovato taluni vecchi volti, segnati anche dal tempo, volti di una stagione smarrita, il vecchio caffè ove si giocava ancora a carte, con lo stesso bigliardo all'angolo della grande sala; le tortuose vie a saliscendi lastricate di lava; la piccola casa giù in periferia, laddove cominciano i tornanti verso la pianura, gli aranceti e poi il mare.
I lavori di restauro della casa furono eseguiti con parsimonia e con un pizzico di contenuta civetteria: aveva duramente lavorato anche per questo scopo, per ridare un po di calore ai propri giorni inerti.
Jò, in America, aveva trovato moglie, anch'essa italoamericana; erano nati due figli. “Quelli sono americani, non avrebbero capito l'ansia di un ritorno, in America avevano trovato cittadinanza e lavoro, non potevano far ritorno con lui, in paese” - cosi andava dicendo negli incontri con gli amici. La moglie era morta parecchi anni prima; non era stato un matrimonio felice e nemmeno infelice: un matrimonio e una vita come per gli altri, lavoro, abitudini e tanto silenzio dentro.
Non gli fu difficile acclimatarsi nuovamente alla vita del paese.
E poi, lui amava tanto la solitudine. Di grilli per la testa non ne aveva davvero, aveva anche di che impiegare il tempo quando ne avesse avuto voglia, un campicello nè vicino nè lontano, da potersi raggiungere a piedi.
Quand'è cosi, la solitudine è un ristoro, se non si hanno problemi di vita nè pensieri, nè gente d'attorno.
Si dice che la vita è speranza, una dedica continua alla speranza.
“Macché!” - andava ripetendo convinto - “dopo aver lottato per tanto tempo, per raggiungere chissà cosa, quando aleggia da sempre, la fine ed un gran senso di nulla!”.
Se avesse avuto la capacità di mettere nero su bianco, Jò ne avrebbe avuto cose da scrivere: quanti avvenimenti, quanti incroci con la vita degli altri, quanto affanno. Perché poi, se tutto, proprio tutto, è destinato a finire? A poco a poco aveva dato rigoglio al suo campicello: qualche albero da frutta, un riquadro a solchi uguali per alcune varietà di verdura, e tanti fiori; ma cosa c'è di più bello del muto colloquio con i fiori, con la natura e con il silenzio (anche con i tanti ricordi della sua vita trascorsa). “Se gli uomini potessero capire, tutto ciò, come sarebbe diverso il mondo!” - pensava.
La lenta impercettibile apparizione delle gemme tra gli alberi, tra i fiori lo esaltava; seduto sul muro a secco che recintava il suo campo trascorreva lunghe ore di serenità. Si inebriava anche del transitare veloce di una gazza, cosi elegante con il suo mantello nero cangiante e il ventre e le spalle di candido bianco, con la sua coda aguzza. L'apparizione di una gazza era per lui l'immagine di un sogno lontano librato nel cielo (poiché di sogni, certo, ne aveva avuti, lui, come tutta la gente che vive); i sogni che trasmigrano veloci e vanno a sperdersi non si sa dove come le stelle cadenti nelle calde notti d'estate. Niente più sogni, oramai;! sogni? ecco, il transitare di una gazza per il cielo e poi nulla. Lui aveva la corazza poiché i sogni - pensava - sono la faccia nascosta ed ironica della vita; è come se si fosse inciso un tatuaggio sul braccio - per non scordarlo mai - con su scritto: “i sogni sono il folle vaneggiare della vita”.
L'ultimo sogno di Jò era stato l'incontro con una donna, tre o quattro anni prima del suo ritorno dall’America,
L'aveva incontrata, per caso, nella hall di un albergo a San Francisco. Gli era sembrata una donna eccezionale, fatta proprio per lui, poiché aveva scoperto in lei un'anima. Ma, poi, quest'anima era lentamente scolorita dinanzi ai suoi occhi increduli. E lui, che non difettava di sincerità, le aveva detto tutto ciò che pensava; prima, aveva creduto che fosse ingenuità, un'anima da plasmare, da condurre per mano. Poi aveva scoperto che più che ingenuità era superficialità, qual vuoto interiore che non può lasciare spazio al sogno a chi si illudeva di credere nel sogno.
Cosi, il sogno di Jò era divenuto turbolento, angoscia, rassegnazione, rinuncia.
Una donna non può amare tante volte nella vita, l'amore è esclusivo nel tempo; ciò alfine aveva capito Jò, magari per spiegare a se stesso il crollo della sua illusione.
Fra gli amici di adolescenza di Jò, c'erano due fratelli, Gaetano e Turi: l'uno alquanto tarchiato e basso, aveva lavorato da falegname per divenire poi un piccolo imprenditore con un laboratorio di modeste dimensioni per forniture di serie: infissi, sedie, attrezzature scolastiche; l'altro. Turi, alto e allampanato, totalmente calvo e con gli occhi sporgenti, arso di sole, aveva continuato i lavori nei campi ed era divenuto un piccolo coltivatore in proprio. Lo chiamavano il “filosofo” per la sua abitudine di parlare sempre per perifrasi e parabole e per la pignoleria esasperante dei propri comportamenti.
Gaetano e Turi - come avevano fatto altri molto prima di loro - decisero di recarsi a far visita al loro amico Jò, di domenica, sul far della sera.
Jò era tornato da un paio d'ore dal suo campicello - tanto, per lui la domenica era un giorno come l'altro -, stava preparando la cena, sempre con la sua immancabile pipa che, aspirando, spandeva intorno un intenso odore di melassa. Fu un incontro lungo oltre ogni previsione poiché Turi “il filosofo” spaziò con il proprio scibile circostanziato; parlò anche, con dovizia di particolari, della montagna di sale.
La montagna di sale, in contrada “samperi”; “ricordi - disse, rivolto a Jò - le nostre scorribande di ragazzi, in quel paesaggio brullo tra i grandi sassi anneriti che emergevano nella spontanea carnosa vegetazione e poi, ad un tratto, la montagna si sale che si ergeva solenne e improvvisa come un miracolo della natura; e noi a giocare, grondanti di sudore in aspre battaglie tra cristiani e saraceni. Già, i saraceni! Proprio sotto la montagna di sale i saraceni depositarono un tesoro di inestimabile valore prima che i cristiani li ricacciassero a mare ove erano ad attenderli i loro vascelli, nell'ampia rada di “agnone”. Un tesoro enorme, una vera fortuna, frutto di tante razzie”.
Turi parlò a lungo, citando date e fatti di quell'oscuro periodo del medioevo cristiano, quasi che lui fosse stato spettatore o partecipe.
Solleticò certamente la fantasia di Jò che, quella notte, tardò a prendere sonno.
“Madonna santa - andava ripetendo disteso nel letto, con gli occhi fissi nel buio - sarà proprio vero! A volerci provare, chissà che non possa saltare fuori un tesoro vero e proprio” - Ricordava, del resto, che da ragazzo apprese (poiché sé ne fece un gran parlare in paese) che, lì nei pressi, era stata trovata una scimitarra; e, un'altra volta, da uno scavo profondo, era stata trovata una cassa contenente la statua lignea di un santo; un vero miracolo, poiché quel legno non era nemmeno tarlato ed i colori erano rimasti intatti, la stessa statua che poi venne collocata nell'abside della chiesa della Madonna del Soccorso, troneggiante sulla altura del paese.
Quella notte Jò sognò aspre battaglie, il lampeggiare delle scimitarre al sole, i volti neri dei saraceni con le teste fasciate da lunghe sciarpe bianche annodale da un solo lato come i pirati, tanta gente in fuga, il galoppo sfrenato dei cavalli.
La montagna di sale non era affatto grande. Era alta all'incirca un centinaio di metri; soltanto che si ergeva improvvisa dall'incolta pianura circostante come un cono spezzato e con le pareti cosparse da schegge di roccia biancastra, sporgenti l'una sopra un'altra, da ogni parte, irregolarmente sovrapposte. Sembrava che si fosse protetta con tanti aculei dalle più disparate forme per custodire un segreto; tante schegge biancastre che, nel loro insieme, componevano una insolita visione, da potersi scorgere da lontano, uno strano biancore che, all'imbrunire o alle prime luci del giorno, sperdeva i contorni nel grande e diffuso biancore di tutto il cielo. Era per questo biancore che l'altura a forma di cono spezzato era stata denominata la montagna di sale.
Quando dalla marina poco distante dinanzi, poi, le prime luci di venivano albe rosate e filtravano i primi raggi del sole sorgente, le schegge della montagna di sale si coloravano di riflessi cangianti ed era un balenio di mille colori tanto da travolgere ogni occasionale spettatore e farlo smarrire, senza parole nè respiri; era un miraggio.
La montagna di sale era cresciuta poco per volta con l'accumulo dei detriti delle cave di marmo bianco esistenti nel ventre dei colli iblei.
Ma Turi, il contadino filosofo, contestava una origine così banale; per lui la montagna di sale era una cosa sacra, uno dei tanti misteri della natura e della vita, come le stelle, come la rotazione della terra, come il pensiero dell'uomo, come il volo degli uccelli.
E poi...la montagna di sale custodiva un gran mistero, come i sogni sepolti, una storia senza volto la quale, a parte il tesoro, chissà quante cose avrebbe potuto svelare. Era questo il suo modo ossessivo di ragionare, quasi che fosse la missione della sua vita.
Decise di parlare più apertamente con Jò;lo fece con molta circospezione e con una abbondanza di notizie e di fatti misteriosi (’’però realmente accaduti” - affermava con forza -), tanto da apparire credibile.
Fu cosi che Jò decise di acquistare la montagna di sale ed il brullo terreno circostante; poiché quella zona era la propaggine dimenticata e improduttiva di un feudo. Il patrizio, venditore, non pote nemmeno capire il motivo dell'acquisto.
“Sarà la follia del solito italo-americano! ” aveva alla fine esclamato scrollando le spalle ed acconsentendo alla vendita.
“Sarà sempre un business” - viceversa diceva a se stesso Jò se fosse vero...il tesoro nascosto!”. Ma lui stesso non sapeva che farne del tesoro, lui che oramai aveva rinunciato ai sogni, lui che voleva trascorrere i restanti giorni della sua vita senza pensieri, nella quiete del suo piccolo mondo, della sua casa “restaurata”, del suo campicello, del suo dolce silenzio.
Il terreno acquistato venne recintato e cominciarono i patteggimenti con Turi e con il fratello di questi, Gaetano, per la suddivisione del tesoro, una volta scoperto.
Furono patteggiamenti difficili, anche per le incredibili meticolosità di Turi che, specialmente quando declamava le proprie teorie, assumeva un aspetto decisamente respingente, con le sue labbra sottili che, nel parlare, si elevavano solennemente dal lato destro della bocca, mentre con il pollice e l'indice della mano sinistra premeva la radice del setto nasale, gli occhi lievemente socchiusi ed ammiccanti.
Alla fine l'accordo fu raggiunto: il quarantacinque per cento del tesoro da scoprire sarebbe stato di proprietà di Jò, venti per cento ad ognuno dei due fratelli Gaetano e Turi; a quest'ultimo sarebbe spettato anche il residuo quindici per cento come indennizzo dell'iniziativa e delle...ricerche storiche.
Bisognò andare da un '”pubblico notaio” come asseriva Turi il filosofo. Il tutto fu consacrato con una scrittura privata, quindi sigillata e depositata presso il medesimo notaio.
“Quante complicazioni! - disse, a conclusione, Jò -, In America avrei comprato una "farm" solo con una parola”.
“Ma questa, è la patria del diritto - obiettò il pubblico notaio”. Parlò anche in latino, ma i tre già uscivano dal suo studio dopo avergli corrisposto l'onorario.
Era stato pattuito che i lavori di scavo e di ricerca li avrebbero eseguiti personalmente. Jò, era anche competente poiché, per alcuni anni, in America aveva lavorato in miniera (“non è cosa da poco eseguire lavori nel sottosuolo” egli diceva).
Si attrezzarono di una vasta dotazione di travi e di tutto il materia le occorrente per le impalcature oltre che di badili, carrucole, funi, carrelli; fu necessaria, anche una gru.
I lavori ebbero inizio. Dopo un anno circa avevano costruito un piccolo dedalo sotterraneo fatto di cunicoli che ogni tanto prendevano respiro in una piccola nicchia quanto potesse bastare per contenere l'uno dei tre, per una pausa alterna, mentre un altro, strisciando come talpa, aggrediva la terra o la roccia che gli si parava davanti, e il terzo dall'imboccatura spediva con rudimentali carrucole il materiale necessario - specialmente le travi e le tavole di sostegno - per impedire il crollo dei loro camminamenti.
Quando ultimavano il lavoro giornaliero e toglievano la maschera per ossigeno, erano proprio disfatti, madidi di sudore, senza volontà alcuna.
Gridarono al miracolo un giorno che scoprirono una piccola caverna naturale. Quel giorno Turi filosofo per tutto il tragitto di ritorno, fu incontenibile, tanto che la consueta elevazione delle sue labbra dal lato destro della bocca fu continua come un tic. Del resto tutt'e tre convennero sulla opportunità del prestito bancario che, qualche mese prima, avevano dovuto contrarre poiché il costo della loro impresa era divenuto superiore ad ogni previsione.
Si concessero alcuni giorni di riposo anche per discutere la ulteriore direttrice dei loro lavori sotterranei; furono discussioni animate e quasi inconciliabili dinanzi al tracciato di quella incredibile opera di ingegneria mineraria, sciorinato per quanto fosse grande il tavolo della casa di Jò.
Di sicuro avrebbero voluto diligentemente saggiare le pareti naturali (ed anche il suolo) di quella inaspettata caverna per scoprire il punto più cedevole; a tal punto poteva apparire d'improvviso il tesoro. Questa fu la conclusione unanime.
Ma la vera sorpresa accadde quando, di buonora (si trovarono al cospetto della imboccatura del loro regno sotterraneo, dalla quale fuorusciva un fiume d'acqua, continuo, trasportando terriccio, pezzi di roccia, frammenti di legno e di ferri e di tutto ciò che vi avevano introdotto per tanti mesi (quasi due anni).
Il sodalizio della speranza tra Jò, Gaetano e Turi ebbe fine in quella triste alba che, infatti, era una brutta alba, con il cielo tra grigio e rossastro poiché c'era da sud-est il vento caldo di scirocco che recava l'anima dell'Africa.
Trascorse altro tempo prima che Jò, in un tardo meriggio di estate, tornasse a rivedere la sua montagna di sale.
Si sedette sopra un gran sasso, dirimpetto a quella che era stata la imboccatura della sua impresa mineraria; non vi era più alcuna traccia, come se tutto fosse stato vissuto nel sogno.
Jò rimase assorto nei suoi lontani pensieri. Non avvertiva l'eco di questa sua disavventura; lui non aveva l’abitudine di girarsi indietro, non l’aveva mai fatto durante la sua vita, che non era stata lieve: la sua infanzia del tutto dimenticata se non per qualche strano segno del tutto insignificante come i lenti rintocchi della notte di Natale; i suoi primi anni di America, dai quali datava la sua abitudine ad avvertire dentro di se il peso e la quiete della solitudine.
Il suo girovagare par quel mondo così diverso, dove regna il tumulto e il silenzio, il bisogno degli altri e la voglia di se per fare tutto da solo, un mondo che attrae e respinge nello stesso tempo poiché tutto - le abitudini, il costume, il modo di vivere - ti attrae e ti allontana; tante sensazioni che sono momenti di vita e poi tutti quanti la tua piccola storia umana fatta di niente, se non di speranze e di delusioni, di attimi di follia quando sei incline ad un sorriso e subito dopo di tanta malinconia poiché cogli la futilità di tutto quello che ti accade attorno.
Jò rimase a lungo seduto su quel grande sasso e, senza saperne il motivo, transitarono nella sua mente tante altre immagini e tanti avvenimenti: i lunghi anni del suo arido matrimonio, i suoi viaggi solitari colmi di interesse e poi alla fine così vuoti, i suoi figli dispersi nel vortice della loro vita così diversa come è tanto diversa la vita di ognuno, l'incontro con una donna nella hall di un albergo di San Francisco come una sterile ventata che scuote e trasmigra veloce nell'oblio subito dopo.
”America . . . i sogni!” pensò, beffardo, prima di alzarsi per il ritorno.
Diede un ultimo sguardo alla montagna di sale, solenne e bianca con il senso di quiete che sanno donare le cose immote prima del buio.
Natale Valenti