IL “PROFESSORE”
Fingeva oppure era piombato davvero nel mondo del l’oblio?
Nessuno in paese era in grado di poterlo stabilire con assoluta certezza.
Era comparso li, un certo giorno, non si sa da quale parte del mondo e perché ; si era collocato, quasi per istinto, in una vecchia piccola e malconcia abitazione, parecchio distante dall’abitato, schivata da tutti - né alcuno osava rivendicarne il possesso - poiché vi si tramandava una storia a dir poco macabra.
Nemmeno è dato sapere come facesse a vivere, in senso materiale, quell’uomo sconosciuto.
Faceva lunghe passeggiate per i campi e declamava versi, raccontava storie, si avventurava in disquisizioni sociologiche e filosofiche, da solo, parlando al vento, alla natura circostante, ad invisibili ascoltatori.
La notizia si era ben presto diffusa ed i più intraprendenti riuscirono persino a seguirlo e ad ascoltarlo.
Lui non si avvedeva della curiosità che mano a mano lo circondava ; parlava, si, anche con costoro, ma in modo assente. E poi...le sue risate a squarciagola, improvvise, acausali, da matto, se non fosse ormai nota anche la sua incapacità ad arrecare male a chicchessia.
Certo che, a sentirlo parlare, per quanto in modo stravagante ed inanimato, si capiva subito che dovesse essere dotato di antica cultura e di capacità espositiva.
Lo denominarono "il professore".
Si venne a sapere anche che era in grado di accudire a lavori minuti, microscopici, di un certo impegno, e di portarli a compimento con molta precisione: lavori di oreficeria, di orologeria e di altre cose di tal genere.
Prima con una certa diffidenza, poi con maggior fiducia, tutti gli affidavano la esecuzione di tali lavori ; non chiedeva compensi per le sue prestazioni (così come non sopportava costrizioni di tempo), aveva disprezzo per il danaro.
Ognuno, a lavoro compiuto, si regolava a propria discrezione.
Ogni pomeriggio era solito iniziare il suo ciarliero girovagare per i campi seguito, poi con l’andar del tempo, da un codazzo di giovani scanzonati che si divertivano un mondo a sentirlo parlare, ad interrogarlo senza ottenere risposta, a contagiarsi delle sue improvvise e prolungate sonore risate.
Specialmente ciò avveniva nei tiepidi pomeriggi primaverili, quando la natura esplodeva, carnosa e più bella che mai, nella sua spontanea germinazione mediterranea; o nei caldi crepuscoli di estate quando il sole cocente e vivido volgeva al declino dietro le ondulate colline iblee, lasciando alle spalle, in chiaroscuro, la misteriosa distesa del mare, in lontananza oltre il declivio ed oltre ancora le larghe basse chiazze di verde degli aranceti.
Anzi, proprio di estate, le passeggiate del professore si protraevano fino a sera inoltrata e poi che gli occasionali accompagnatori se ne ritornavano egli restava solo, ora in silenzio ora a ciarlare ancora ad alta voce, assecondato - si direbbe - da un silenzio colmo degli aspri profumi della campagna, isolana e dal canto roco dei grilli, sempre uguale, senza intervallo né stanchezza.
Più in là, qualcuno andò ad origliare dietro la porta sconnessa della sua solitaria abitazione: parlava anche in casa, gridava, anche, poi sommessamente, intervallato da silenzi e...
dalle fragorose risate.
“Parlava con gli spiriti" - si diceva -,
" E' un istrione" - dicevano altri - ,
" Ma..., non fa male ad alcuno, forse a se soltanto" - convenivano tutti.
Dopo qualche anno, si venne a scoprire che era un gran mimo.
L'abitazione era composta di un solo vano di una certa grandezza e in fondo, sulla sinistra, di una scala scardinata che a sua volta conduceva in una sorta di locale – dormitorio -.
Non si sa in quali altri oscuri locali ci si potesse ancora addentrare, tanto nessuno mai avrebbe osato penetrarvi , anche prima della comparsa del professore.
Ora, in quella stanza di ingresso, il professore aveva costruito, tutto da solo, un piccolo rialzamento in legno: un palcoscenico.
Vi dava spettacolo a suo piacimento, il volto impasticciato di bianco, gli occhi e le labbra ingrandite di terra di ocra, un saio addosso come una vestale se non come un fantasma.
Quando lo spettacolo avveniva, era proprio da vedersi.
Allegorie mimiche lentissime da far sovvenire le sonnolenti danze orientali. Poi, monologhi e versi e declamazioni che, certo, non riuscivano tutti intellegibili.
Una sola volta, parve di capire qualcosa, dopo la solita lenta allegoria mimica.
Così almeno raccontarono i presenti.
“Signori - disse - la società è stata inventata dagli uomini per una iattura che grava, imponderabile come il cielo, su di loro, su di noi tutti: l'autodistruzione.
Con la società è nata l'idea del contrasto, dello scontro, della guerra; sono nate le finzioni, le ipocrisie, le paure; sono state inventate parole oscure (il linguaggio), sono stati inventati i comportamenti (la frustrazione dell'anima), è stato inventato il costume (la burla del tempo che si vive), è stata anche inventata la morale.
Che cosa è la, morale ?
Vi hanno insegnato che la morale è la regola di non trasgredire, di non peccare.
E che cosa è peccare ?
Cicerone - mi sembra di ricordare - diceva: peccare est tamquam transire lineam.
Ma dov'è questa linea ? Tu lo sai ragazzo ? Tu lo sai uomo ? Tu lo sai donna ? Voi lo sapete , gente ?
La linea,- signori e signore - ve la scopro io, anzi la potete scoprire da voi stessi, ognuno per sé : è dentro, in quell'arnese impalpabile che si chiama anima, ed è fatta di coraggio anche.
La vita corre veloce, come in un baleno, e poi sfiorisce subito senza che ve ne accorgiate. Ricordate ?
- ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. -
Vi siete rattristati ?
No, cantiamo alla vita. Ecco cantate con me:
La vita è un profumo
soave, gentile
che presto svanisce.
Afferrate con forza
le vostre speranze,
esponetele al sole,
fatele vostre,
uomini di coraggio”.
Cominciò, così, a ripetere una cantilena alcune volte.
" Su, cantate con me, abbiate coraggio"
Cantarono, prima quasi in sordina, poi più fortemente.
Il professore era sudato come se avesse fatto un bagnio. Il suo volto era tutto un pasticcio di bianco, di ocra e di pioggia, pioggia di sudore.
Per caso non piangeva, anche ?
Che tipo, però, questo "Professore", così lontano dalle cose del mondo e poi, per altro aspetto, così intenso, così a contatto perenne con l'essenza vera della vita.
Era stravagante ?
Si, può darsi. Ma in paese era divenuto uno fra loro; anzi - a pensarci bene - era divenuto un soggetto un po' particolare, un fatto tipico locale, come la Chiesa del Santo Patrono che si diceva costruita nel settecento per avvenimenti da leggenda, come le strette tortuose vie con il fondo lastricato con pietre laviche, come il profumo dì bianco delle case contadine, come l'effluvio di timo di quelle riposanti colline.
Venne un triste inverno, piovoso, freddo, più arido che mai; venne anche la neve e fu un avvenimento per quelle assolate propaggini dell'Africa appena staccate da un lembo di mare.
Il Natale, quell'anno, parve più raccolto, ancora più venato di quella malinconia che suole arrecare, specialmente a chi è solo, dentro di sé.
Ad una famiglia benestante del luogo venne l'idea benefica - (ipocrisia alla fin fine) - di organizzare un bel pranzo di Natale per il professore.
Infatti, come stava trascorrendo quell'inverno il professore ?
Gli prepararono un bel pranzo con tanto di primo, due secondi piatti (come suole dirsi) e ricco contorno, un fiasco di vino ed anche il dolce.
Tutta la famiglia in festa volle recarsi dal professore.
Aprirono facilmente (la porta si poteva aprire con un soffio, ed era anche socchiusa).
“Ma!, il professore non c'è!” esclamò il ragazzo più grande della famiglia che fungeva da corifeo.
Il Capofamiglia si arrampicò sulla scala traballante, in fondo sulla sinistra.
“Oh - esclamò - che desolazione”. Gli altri componenti del corteo familiare lo seguirono, ogiuno recando una parte del pranzo di Natale.
Gli furono attorno: il professore era disteso tremante, con la barba incolta chissà da quanto tempo, in un giaciglio. Aveva una febbre da cavallo.
Su due sedie sgangherate ed accostate gli sciorinarono il pranzo.
" Ecco - esclamò la signora - il pranzo è servito!”
I due ragazzi sollevarono il professore, lo misero a sedere sul giaciglio stesso.
II professore guardava allucinato, non riusciva - non poteva - frenare il suo tremore, un tremore di morte.
Gli spuntarono due lacrime, poi altre, altre ancora, piangeva a dirotto.
Tra i componenti della famiglia – ora attonita, ora sgomenta -vi era una ragazza, una bella ragazza con i lunghi capelli e due occhi dolcissimi; si appressò, piegandosi, cercò di asciugare quelle lacrime con un piccolo fazzoletto ricamato.
Il professore le tese una mano, brandendola stancamente nel vuoto, cercò di farle una leggera carezza sul viso; non ne ebbe il tempo.
Il suo tempo, il "tempo" del Professore, era volato via dinanzi a quel ricco pranzo di Natale.
Era stata finzione ? Era stata realtà?
Chi potrà mai conoscere la verità!
La verità è vagante come le nuvole pronte a sciogliersi in mille gocce d'acqua soltanto che cessi il vento.
Natale Valenti
Natale Valenti