IL FISCHIO DEL TRENO
Aveva tirato i remi in barca, come si usa dire.
L'aveva fatto controvoglia; nel tempo della vita sopraggiunge un momento nel quale tutto diviene rarefatto ed una irrequietezza avvolge il rapporto con gli altri, la voglia dei desideri, il lento fluire del silenzio.
"Devo partire" diceva pigramente a se stesso ad ogni mattino, che il suo risveglio, per antica abitudine, era consueto ancor prima delle luci sorgenti; e ad ogni sera, allorquando raggomitolato di fianco, dal lato sinistro, lo schermo della memoria ridestava i pensieri ed immagini smarrite.
Partì infatti, una sera, ad inverno inoltrato, verso il nord e dopo una lunga notte insonne arrivò a destinazione quando un sobbalzo da freni lo scosse dall’assorta immobilità: Milano.
Girovagò a lungo senza meta tra vie sconosciute, da corso Venezia a S.Maria delle Grazie ove il celeberrimo"Cenacolo" già ammirato in anni lontani gli rese ora percettibile l’usura del tempo con smorti colori; attorno al Castello Sforzesco, lungo i navigli - lontano dal fasto liberty della "galleria" - ove l’afrore della gente, indaffarata, involontariamente aliena, poteva donare nient'altro che vertigine di vuoto.
Ripartì in serata; trovò alloggio a Como, industriosa città di frontiera adagiata sull'omonimo lago, che è cupo - come lo sono tutti i laghi - e dinanzi vi si perdono, ad inseguirsi l'una dopo l'altra, giogaie di monti ed aspri paesaggi nonostante il tanto verde sui declivi lacuali e le villa di pregevole fattura e i tanti piccoli agglomerati urbani punteggiati di luci quando viene il buio della sera.
Quelle cime spoglie dei monti soprastanti così diverse dagli orizzonti di mare ed opprimenti per lui che da sempre scorgeva nel mare ora lontano la sua viscerale progenitura.
Il sopore acre dei giorni presenti non potevi incontrare migliore ambientazione.
L'indomani, domenica, va a Brunate che sovrasta Como, il lago, il paesaggio circostante.
Nella funicolare che si inerpica fin lassù si trova seduti accanto, nei sedili di legno, una coppia con due figli dei quali una pressocchè diciottenne, esageratamente accigliata ed in preda a borbottamenti, scomponendosi perfino tra un contorcimento e l'altro, a causa del tremolio della funicolare, ed una vecchia signora che loro si accompagnava.
Fu subito corale la solidarietà verso la paurosa diciottenne: che era più allettante osservare il paesaggio che via via si scopriva dinanzi agli occhi anziché arrovellarsi in cotale modo; che il cruccio offuscava, la prorompente bellezza del suo fresco corpo; che non era possibile che le funi trainanti non potessero reggere il veicolo in ascesa proprio quel giorno.
Com'era bella e composta e regale quella vecchia signora (ottantacinquenne, nè di più nè di meno) tanto da offuscare la bellezza della ragazza che, una volta arrivati, aveva ritrovato l'avvenente profumo della sua formosa giovinezza.
Ebbe difficoltà a scendere, la grande regale signora, e l'aiuto dello sconosciuto compagno di viaggio fu spontaneo; gli donava una rassomiglianza a sua madre, non fosse altro che per la corposa solennità della sua mole, per i suoi bianchi capelli come la neve, per la signorilità del portamento.
Gli offerse il braccio, la signora, con grazia, con la civetteria che è nella femminilità di qualsivoglia età, ed egli accolse il braccio, cingendolo con rispettosa gentilezza.
Fu poi un lungo conversare nei viali di quell’altura - ad onta di pungoli freddosi - tra i pini, i larici, tanti altri alberi montani che lei, la vecchia signora, conosceva per tipi e per generi, parlandone con sacralità: quanta pulizia interiore in quella donna!
Abitava a Lugano, sola, due figli lontani (uno, ingegnere dirigente industriale, a Roma) ed era in gita domenicale nella "bella Italia" ( come lei diceva ) con quella famiglia amica.
Alla fine della insolita giornata domenicale l'uomo "dai remi in barca" era a Lugano, ospite della vecchia signora; una villa a chalet, poco distante dalla città, con la tipica fasciatura a listelli di legno nella parte sopraelevata con il tetto culminante ad angolo spanso è attorno alla villa una discreta estensione di terreno dove ogni cosa era accuratamente manutenuta: le aiuole di fiori, il prato verde ben rasato, financo un angolo riservato a colture orticole e adiacente ad un canile, facendovi spicco un bello esemplare di cane-lupo, nerissimo,! tipici occhi espressivi con i quali i cani sembrano esternare, tutt'uno, fedeltà e amicizia e tanta malinconia.
Sì, gli occhi dei cani, a ben guardarli, esprimono malinconia anelante affetto, chissà, altro.
La grande vecchia elargì ospitalità munifica; era laboriosa e infaticabile nonostante la tarda età. Quant'è vero che gli anni della vita hanno tutti un loro fascino soltanto che si sappia conservare nella propria intelligenza il vigore nel tempo che non ha limiti di sorta e si sappia dimenticare talora, con superbia quand'è che occorra, la frivola realtà delle cose che trasmigrano sempre, inevitabilmente, tra i confini del vento.
Furono giornate di sole, tanto che dai declivio della collina si consentiva nitida la contemplazione della rettilinea Lugano, ordinata e composta, lungo il suo lago, fino ai giardini pubblici quasi levigati con raro artificio e, dinanzi, le cime innevate dei moti, taluni vicini, altri lontani sfumati nel grigiore di nuvole leggere che vi danzavano inanimate, qua e là, secondo la indecifrabile voluttà della natura.
A sera, i discorsi furono sempre piacevoli, parlando anche di inezie.
La vecchia signora parlava delle sue gite mattutine in città, per la spesa del giorno, a piedi (nonostante la villa fosse distante 500 o 600 metri) “per restare eretta, per non arrendersi fino all'ultimo giorno" - soggiungeva e parlava dei miracoli della natura, delle foglie di vario tipo che la natura stessa voleva prodigare per questo o per talaltro uso, "tutto utile, tutto utile e delle sue marmellate che ella sapeva confezionare alla perfezione; dei suoi viaggi; viaggi lontani, i viaggi in Italia soprattutto: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Taormina e la Sicilia...( conosceva particolari di arte e paesaggistici da lasciare stupefatti).
Anche l'improvvisato inquilino interloquiva per parte sua ("gradevolmente" - diceva sempre di più la vecchia signora -).
E parlava anche lui di impressioni di viaggi, di taluni ricordi agguantati lì per lì, nel conversare; "incredibile!" - commentava alle volte la attenta ascoltatrice quasi volesse riannodarne il filò. Ma era difficile ciò per quanto discontinue fossero le sequenze dei ricordi. Come si fa a riannodare i ricordi di una lunga vita!
Una sera egli le parlò di un poeta italiano contemporaneo, Giorgio Caproni, e , con incredibile memoria le recitò taluni numerosi versi del "congedo del viaggiatore cerimonioso" che Caproni appunto immagina sull'ultimo treno, ora in procinto di fermarsi, per l'ultima volta. Il viaggiatore si fa strada faticosamente verso l'uscita quand'è già prossima la fermata, ed ha una valigia pesante - il bagaglio di una vita - che magari non contiene gran che, eppure è pesante e fa fatica a sospingersi nel corridoio stretto della vettura, ha l'affanno. Comincia, frattanto, il viaggiatore cerimonioso, a salutare a destra e a manca, e si scusa di qualche diverbio durante il viaggio perché - dice - era tanto bello conversare, stare insieme ed insieme percorrere il viaggio; ringrazia per l'ottima compagnia
" ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
…..................................
Son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento."
Quella sera si congedarono senza un commento nè parola alcuna.
Il mattino successivo, l’inquilino improvvisato decise di partire.
Fu un congedo gentile come gentile e tenera era stata quella pur breve pausa ristoratrice.
Non sapevano, nè l'uno nè l’altra, i rispettivi nomi e cognomi. Lei lo aveva chiamato (quando ve n’era stata necessità) "signore"; e lui : "signora".
Una volta (o due) la chiamò "mamma" e lei finse di non capire..
Le volle, ora, accarezzare i bianchi capelli; poi, - una stretta di mano, calorosa.
La vecchia signora - lo richiamò, che era già fuori dall’uscio; gli disse; da qui ascolto da sempre il treno che parte.
Si ode un fischio stridulo ed il treno scompare inghiottito dal lungo traforo; quando ascolterò il fischio del prossimo treno io pregherò per lei, signore, con tanto sentimento.
Più tardi, dopo alcune ore, si udì il fischio treno.
Natale Valenti