Pupazzzi di stoffa




     E’ una storia senza tempo quella dei pupazzi di stoffa che ogni mattina scorgevo transitando per una via solitaria di Roma .

     Mi apparivano sempre diversi, i pupazzi, con il loro muto linguaggio, attaccati sui vetri dì due finestre di un piano rialzato.

     Quali mani gentili - mi chiedevo - realizzavano il miracolo di quelle apparizioni sognanti?

     Erano le mani di due vecchie signore, ognuna con il suo bagaglio di vita smarrita alle proprie spalle; due vecchie signore che avevano visto interrotto il proprio sentiero, ognuna per suo conto, ed avevano trovato il coraggio di proseguire, ammantate dei loro ricordi : Amalia e Geneviève, due vite.

     Geneviève, bella e straordinaria, era nata a Nevers, a metà strada tra Lione e Parigi; e a Nevers era divenuta sposa senza perché : un uomo tranquillo, senza pretese, pago di sé e della propria quiete.

     Una raccolta vita di provincia.

     Geneviève si era donata a questa vita con tutta se stessa, anche con l'anima.

     Aveva represso ogni sua ansia che si colmava soltanto di sogni silenziosi - nelle ore di silenzio -, quelle ore quiete che ognuno custodisce dentro, per se stesso, poiché mai troverebbe parole per esprimerne l'incantesimo.

     Sognava viaggi lontani o, magari, un giro più lieve di vita che le desse talora un guizzo di sole.

     Aveva conosciuto un altro uomo, una semplice conoscenza tra quelle che non hanno mai pretesa di penetrare nella vita altrui.

     Per un solo momento l’aveva scossa la partenza di tale uomo che si recava, poco dopo, definitivamente a Parigi; lui le aveva detto nel congedarsi "La porterò sempre nel cuore".

     Nient'altro.

     La vita a Nevers era continuata a scorrere monotona e grigia come è nelle abitudini della provincia francese; e le abitudini di Geneviève erano segnate quasi da una invisibile clessidra: due piccoli coni rovesciati, stretti al centro; una sabbia sottile riempie il cono in alto per scorrere lentamente e sparire sottostante, una porzione di tempo scomparso, prima un bagliore di vita e, subito dopo, niente, tutto daccapo, sempre cosi.

     Lasciare Nevers per una gita a Parigi, anche di un solo giorno, era inimmagihabile per Geneviève : Parigi non era, di certo, l’immagine di quelle case basse con i tetti a cuspide, allineate lungo le strette silenziose vie di Nevers, che rievocavano, attraverso le finestre spente di luce e di vita, un’epoca lontana colma di silenzio. Piuttosto, Parigi rappresentava la fantasia, l’iridescenza, tanto mistero, un altro mondo (chissà com'era quest’altro mondo!).

     Parigi rappresentava, pure, un certo moto inespresso dell’anima, un certo ricordo di un uomo che stranamente riappariva talora nei ricordi di Geneviève.

     In occasione di una rapida riapparizione a Nevers quest'uomo le disse: "Se ha occasione di venire a Parigi sarei felice di rivederla".

     Soltanto ciò era riuscito a dirle e le aveva dato un numero telefonico.

     Un giorno tale numero telefonico squillò e Geneviève parti per Parigi: poche ore.

     Si incontrarono a la Gare de Lyon, si recarono in un caffè, lì nei pressi, parlarono tanto.

     Prima che il treno ripartisse lui le consegnò, tremante e impacciato, un pacchettino leggero.

     Quando il treno si mosse, Geneviève svolse quel pacchettino: vi era soltanto un portachiavi a foggia di anello.

     Ebbe un sussulto e qualche pensiero che, davvero, lei stessa non riusciva a decifrare.

     Si incontrarono ancora, nacque l'amore: un amore tenero, soave, puro che sgorgava dal profondo dell'anima, come carezza del vento che, alle volte, comincia come un morbido fruscio, per divenire quindi impetuoso forte e vibrante, irresistibile.


     E Amalia?

     La vita di Amalia era stata lineare seppure segnata, poi, da eventi turbinosi.

     Era cresciuta nell'agiatezza.

     I suoi ricordi più toccanti erano gli anni di collegio, un tempo spensierato durante il quale era divenuta donna dolcemente.

     Dopo il collegio aveva riscoperto il calore della famiglia, senza sobbalzi.

     La vita con il padre e con la madre - loro tre soltanto - l'aveva avvolta di tanto appagamento da farle reprimere ogni altro germoglio del cuore.

     Fra tanti, aveva anche incontrato un volto e qualcosa di più che una affinità di sentimenti.

     Poteva essere amore (chi lo sa? ).

     Amalia aveva avvertito una novità, aveva scoperto se stessa in un altro modo di essere.

     Poi quel sentimento era rimasto dentro di lei, come un bocciolo.

     Accade talvolta di recidere un bocciolo prima che possa schiudersi nello splendore dei suoi delicati colori.

     Era accaduto cosi per Amalia: erano prevalse la quiete dolce ed ordinata della sua famiglia, le carezze gentili della madre soffici come mano che sfiora appena il velluto, le premure sfumate del padre così pronte al sorriso.

     Amalia amava la musica, i concerti, le ore sognanti senza dedica.

     Era vaporosa, spensierata, con i suoi occhi profondi quando, in compagnia del padre e della madre, assaporava la musica lieve della società filarmonica o nei meriggi di primavera per le vie di Roma o nelle riposanti villeggiature estive senza risvolti di alcun genere.

     La morte della madre fu atroce.

     Si era incrinata la lunga quiete.

     E’ cosi che la vita continuò con il padre, ancora più stretti - loro due - nei ricordi e nel sorriso, ma un sorriso non più spensierato, venato di malinconia, spento anche.

     Apparivano, d’improvviso, i pensieri del buio e qualche veglia di pianto in quelle ore di trasparenza, nella notte, quando gli stessi pensieri divengono stagnanti e filtra tra gli scuri - prima ancora delle prime luci di un nuovo giorno - il greve sopore della solitudine.


     I pensieri del buio!

     Anche per Geneviève questi pensieri erano apparsi, sottili e nascosti, dopo che aveva temporaneamente lasciato la sua famiglia di Nevers.

     II suo andirivieni fra Nevers e Parigi, tra la quiete e il tumulto, tra il vecchio ed il nuovo modo di vivere, avevano scavato in lei il seme del dubbio.

     Eppure i suoi giorni parigini erano travolgenti, le donavano un miraggio, come sognare ad occhi aperti.

     Ne era attratta, per taluni aspetti, e per tal'altri ne era persino sospinta all'indietro.


     Quante ore  trascorse, mani nelle mani, nei caffè nei boulevards straripanti di gente anonima, frettolosa, che loro non scorgevano nemmeno; o lungo i viali ombrosi del bois de Boulogne ; o in qualche mattina brumosa a place du Tertre per poi ammirare poco distante dalla collina di Montmartre la città scrollarsi dal sonno della notte.

     Geneviève aveva il dono del candore e della spontaneità.

     Era spontanea quando correva incontro al suo uomo con i capelli al vento e le braccia protese, con i suoi occhi balenanti di cielo ed il suo splendido sorriso.

     Era spontanea anche quando il pensiero riandava al suo tempo di prima.

     Non poteva tradirsi nella finzione.

     L'autunno parigino è dolce e cupo, come ogni autunno in ogni contrada del mondo, forse poiché vi si comprime il calore del sole.

     In una tiepida giornata di ottobre si ritrovarono seduti su una panchina dei giardini delle Tuileries.

     Lui recava tra le mani un libro di Prévert, lesse alcuni versi, stecchiti ed intensi (come sono i versi di Prévert), le parlò della Bretagna, brumosa e carica di silenzio, con l'aspra e contorta cornice di un mare sempre ribollente.

     Poi Geneviève disse che per un certo periodo avrebbe dovuto diradare le sue gite a Parigi.

     Infatti, da quel giorno trascorse tanto tempo di silenzio.

     Quando ritelefonò e venne di persona a Parigi non ebbe più notizia del suo uomo. Era come sparito nel nulla.

     Disperata, girovagò a lungo.

     Persino le ricerche della gendarmeria, non diedero risultato.

     Non era possibile che un uomo fosse sparito nel nulla.

     Invece ciò era accaduto.


     Geneviève sì trasferì definitivamente a Parigi.

     Cosi passarono inutilmente e malinconicamente tanti anni.

     Si recava spesso a les Tuileries, a sostare in preghiera proprio su quella stessa panchina ove era avvenuto l'ultimo disperato incontro.

     E fu proprio su quella stessa panchina che incontrò Amalia, un'Amalia oramai precocemente sfiorita, purtuttavia con i tratti non ombrati dal tempo come la intensità dei suoi occhi.


     La vita di Amalia con il padre era trascorsa inerte.

     Sembrava che un tocco di vita dovesse apparire, in taluni rari momenti, quando lei rovesciava la sua anima inappagata sulla tastiera di un pianoforte ed il padre, tanto vecchio, restava lì vicino, assorto in pensieri lontani, sempre nella stessa poltrona, sempre con la sua coperta a quadri distesa sulle gambe immobili.

     La luce della vita era già spenta per Amalia e per il padre.

     La morte del padre fu un evento previsto.

     Amalia cominciò ad interrompere, di tanto in tanto, la solitudine con saltuari viaggi.

     L'incontro con Geneviève, durante una breve sosta a Parigi, proprio su una panchina delle Tuileries, fu l'incontro di due anime smarrite.

     Nacque la loro decisione di dare vita a Roma - residenza di Amalia - ad una sorta di fabbrica dei sogni: la costruzione con le loro mani di tanti pupazzi di stoffa per dedicarvi le loro promesse infrante, una rivolta contro il turbine che in un solo momento, talvolta, spazza via ogni cosa, anche i fiori.


     Nacquero tanti pupazzi: vecchiette argute, pinocchi, ragazzine con cappellini di paglia e le braccia protese in un soffio di domani, cucciolate di paperini, cani paciosi, tante sembianze come desideri spenti, immobili senza pretesa né ansie del cuore, proprio tante storie senza tempo.

     La esposizione mattutina sui vetri delle due finestre era divenuta un rito, era - come dire? - la trasposizione delle loro anime, giorno per giorno.

Ogni mattina i pupazzi apparivano - per esprimere le emozioni delle due vecchie signore - alla rinfusa, quasi abbandonati, oppure atteggiati, accuratamente disposti a far trasparire un'anima nascosta, un linguaggio fatto di pensieri anziché di parole.

     Geneviève ne aveva creato uno particolare, pupazzo, gli aveva dato una sembianza umana, curato nei tratti, inebriato di sogno, e gli aveva dato un nome che sconosceva l'oblio: Noel.

     Quando appariva esposto alla finestra, quel pupazzo umano doveva stare tutto solo sul vetro, come solo e indimenticabile era il ricordo che raffigurava.

     Cosi voleva Geneviève.


     Quando, a sera, i pupazzi venivano ammucchiati sopra un tavolo, vivevano la loro vita segreta tra le ombre della notte; forse parlavano per raccontarsi le immagini viste per tutto un giorno dalle finestre: lo splendore del sole, o la pioggia sottile o violenta nelle giornate piovose, il soffio del vento, la frenesia della gente affannata a rincorrere chissà cosa.


     Li immagino sempre nella loro gioiosa spensieratezza, scrollarsi dal torpore della immobilità, in un loro girotondo notturno, folleggiare zitti, senza parole, irridere la vita cosi avara di tempo e di felicità quando non splende il sole.


Natale Valenti