I palloncini colorati recano l'incantesimo dei sogni
E' accaduto alcuni anni fa, a Stoccolma. Meravigliosa città, distesa con incomparabile armonia tra l’antico e il moderno, su una profonda insenatura del Baltico, costellata da una infinità di isole colme di verde ed essa stessa su alcune di queste.
Dalla torre-belvedere dell’acquedotto civico si contempla tutta quanta la città, il suo verde, il suo mare, le antiche costruzioni con gli inconfondibili tetti a cuspide, un’austera fortezza al limitare del grande porto, il Municipio solenne troneggiante, il palazzo reale quadrato sopra un’altura, le ampie piazze, le strade linde e ordinate, tra queste una adorna di edifici ricoperti di bronzei metalli con un luccicante dardeggio di riflessi dorati; una strada riempita di banchi di mercato con i tetti di tela bianca anch’essi a cuspide e intervallati da grandi piatti vasi di fiori: il mercato dei fiori e delle verdure.
La ferrovia che penetra nel cuore della città lievemente sopraelevata e sinuosa come decorazione architettonica. L’isola di Staden medievale. Poi, ancora, quel tanto verde, quelle tante isole, tanto mare tra esse, tanti gabbiani felici a volteggiare per il cielo, tante vele bianche disseminate per il mare specialmente nei giorni di festa e quando splende il sole d'estate.
Un sole che indugia caparbio anche di notte; il crepuscolo, allora, si incontra con un'altra alba di sole, dopo un tenue oscuramento in trasognanza.
Il confine si sperde tra i boschi lontani, dopo la città.
Non molto distante dalla torre-belvedere difronte al sito ove spazia più intensa la città, quindi sul lato opposto di un'ansa di mare che racchiude il porto, c'è un grande parco di viali ombrosi, di solitarie panchine di aiuole fiorite, tra i pini, i cipressi, i larici, le betulle.
Vi si ammirano antiche costruzioni vichinghe fedelmente ricostruite.
Qui ho incontrato l'uomo dei palloncini colorati.
Per caso ci siamo trovati seduti accanto sulla stessa panchina; era un italiano ed era del Sud viveva a Stoccolma da vent'anni circa (lo spazio di una giovinezza).
Strano uomo dai tratti delicati, affatto marcati, gli occhi neri, vivaci, piccoli baffi come due mosconi condensati sotto il naso per una sfida, di indefinibile età matura.
Certo, era quantomeno inconsueto il suo modo di vestire? pantaloni bianchi larghissimi, sovrabbondanti, giacca nera con larghe righe grigio-chiaro anch'essa abbondante, come un suonatore di jazz, un grande papillon rosso luccicante, quasi fosforescente, sbuffante. Un cappello come una piccola cupola, rotonda e le falde intorno penzolanti tra i capelli incolti.
Fu subito un conversare su futili cose che pure accarezzavano la fantasia: sui bassi fondali del Baltico e su quel mare grigio che, perciò, ribolle sempre senza quiete; sulla gran perizia dei veleggiatori che vi trascorrono giorni di assoluto silenzio se non fosse per il gridio rauco dei gabbiani e per lo stridulo ululare delle navi di tanto in tanto; della interminabile notte invernale; di un viaggio, breve e lungo ad un tempo, da Stoccolma a Kiruna con il treno che corre per una sola notte tra boschi, laghi, boschi e poi il gran chiarore del Nord verso il glaciale mare di Barents, quasi sul cocuzzolo del mondo.
Il conversare era interrotto da intervalli di silenzio o da qualche piccolo abituale cliente per l’acquisto di una cianfrusaglia.
C'erano tante cianfrusaglie in quel piccolo bazar ambulante: collane, bracciali, automobiline, bambole minute, figurine, stemmi, stivaletti pelosi da lapponi, copricapi da indiani ed elmetti vichinghi, tante altre cose e leccornie varie.
Ma i palloncini colorati non erano in vendita.
I palloncini colorati recano l’incantesimo dei sogni ed i sogni non si possono vendere.
Altre volte (due o tre o quattro volte) sono tornato a rivedere l'uomo dei palloncini colorati, cercando di non tradire il proposito, facendo apparire occasionale e distratto il mio passaggio lì nei pressi. Ma quell'uomo non si curava nemmeno di queste finzioni, era ben lontano dal giuoco dei perché.
Era coscientemente libero, per quel che poteva, dai fantasmi perversi della ragione.
Sarà stato - pensavo - un gran matto che, per non ragionare, si era rifugiato dietro il risvolto della ragione come in un paravento per scoprire il vuoto e l'istinto.
Sarà stato - pensavo - una sorta di individualista o nichilista o tutt’e due le cose assieme che ha rotto gli schemi borghesi di un sistema di vita soffocante o gli schemi di ogni altra alternativa comunitaria in assoluto che ancor più finisce per soffocare la vita ed ogni speranza: la solitudine nell’un caso...ed anche nell’altro.
Eppure egli non viveva in un’isola deserta, fruiva anzi delle regole del giuoco che si è soliti chiamare convivenza sociale, finiva per obbedire - anche a non volerlo - ad un comportamento, ad un costume, alla ragnatela di che tutti siamo, nello stesso tempo, artefici e prigionieri, in una spirale senza fine. Oppure, aveva costruito dentro di se un castello di sottili menzogne e vi si era adagiato recitando se stesso.
Questi erano soltanto miei pensieri. Egli sembrava fuori da ogni schema razionale; aveva forse rinunziato a pensare? Che coraggio davvero! : un eroe.
In una di queste poche occasioni di incontro mi aveva osservato con i suoi occhi intensi, a volermi scrutare, e si era allontanato di poco, saltellando a piccoli passi, con le braccia diritte lungo il corpo e le mani orizzontali all’infuori, imitando Charlot.
Due volte soltanto parve di calarsi nei ricordi.
Mi disse che in un tempo assai lontano aveva svolto il suo piccolo commercio a Roma, al Pincio; mi chiese se il Pincio era rimasto quello dei suoi ricordi, con gli enormi vasi di azalee sotto i pini, con il piccolo teatro dei burattini e le disavventure di Pulcinella, con le coppiette bramose di sogni, con i meriggi di fuoco, al tramonto, su per i campanili svettanti e le cupole fastose e i tetti anonimi, adusi a raccogliere, ad uno ad uno, i segreti della notte.
Mi parlò anche, per brevi accenni distratti, di suoi remoti anni di liceo e di un volto di donna che - non si sa come e perché - indugiava ancora sulla memoria come quei miraggi che talora fanno gonfiare il cuore in una stagione senza tempo e poi si assopiscono nelle pieghe segrete dell’anima.
Chissà perché volle rompere quel suo brumoso silenzio e parlarmene, quasi per affidare un messaggio al vento.
Prima di ripartire, ho voluto vederlo ancora quell’uomo, a distanza, con discrezione.
Camminava quietamente senza pensieri, per uno di quei viali silenziosi, spingendo con una mano il suo minuto bazar di cianfrusaglie e, con l’altra, reggendo il filo ben legato al polso, dei suoi palloncini colorati.
Nessun'altra immagine se non un cane spelacchiato che scodinzolava seguendolo appresso.
Non ho mai saputo il suo nome.
Quel giorno il cielo era grigio, con le nuvole alte, uguali, sonnacchiose (stratificate come usano dire i metereologi); il cielo grigio del Nord che ti comprime il respiro ed anche i pensieri.
Natale Valenti