Gli alberi germogliano sulle cime più alte
Seduto sugli scogli dinanzi alla quieta distesa del mare.
Quanto silenzio.
L’inverno è come una lunga interminabile attesa del sole.
Poi, viene la stagione del sole e non accade niente: e subito dopo ricomincia un’altra lunga attesa.
Sempre cosi, da tanto tempo.
Quante volte, nei lunghi inverni dell'infanzia, ho ascoltato il rumore del mare sospinto dal forte vento di scirocco. Erano onde vigorose senza intervallo alcuno, era un rumore solo, per tutta la notte, come un violento murmure gorgoglio che accarezzava perfino l'attesa del sonno; si ergevano dalla notte - ad animare la fantasia - i personaggi mitici della storia antica, i contorni delle favole gli eroi di avventurosi viaggi.
La mia avventura era allora quel viaggio interminabile in carrozza che, all'inizio dei primi anni di ginnasio, mi portava via dal vecchio paese, con le valigie rigonfie di libri, di vettovaglie saporose, di indumenti e di piccoli teneri ricordi (ma - ancor più - di sogni).
Ogni anno, al cominciar d'autunno, nelle prime luci del mattino, con l’aria tersa del risveglio, gli uomini dei campi a piccoli gruppi si avviavano, appiedati o a dorso di asini e di muli; il calpestio degli asini e dei muli sul duro selciato lavico delle strade a pendio donavano cadenza ai pensieri.
Poi, l’estate.
Nelle calde sere di estate, le lunghe passeggiate lungo i tornanti fuori dal paese, appollaiato sulla collina, odorosa di timo e di ginestra e di mille altri profumi. Il roco assordante concerto dei grilli raccoglieva tutto quanto il calore di quelle lontane estati.
Sulla mezzanotte i primi "carrettieri" iniziavano il loro lungo viaggio ed echeggiavano le nenie tristi cantate a squarciagola per sconfiggere il sonno ed il silenzio della notte.
Festoso rincorrersi di tre cani randagi, poco distanti sulla spiaggia.
E' quasi una danza: si allontanano correndo veloci senza meta, ritornano saltellanti, si annusano, ripartono ancora con piroette; uno soltanto tornerà indietro, stancamente, per accovacciarsi, quasi ad assorbire il profumo del mare.
Ricordo l'elegante levriero, bianco con lunghe chiazze nere, amico inscindibile di mio nonno (credo che i due parlassero tra loro).
Era uno spettacolo vederli entrambi sullo snello calessino, seduti accanto, al rientro dalla campagna: lui (mio nonno) con il suo imponente abito di velluto, i suoi larghi baffi bianchi con le due punte all'insù, il suo eretto portamento ed il cane pure eretto a ricevere la propria metà di ossequio dai passanti di incontro:
“Voscenza benedica, cavaliere”, “salute Furia”.
Il cane era chiamato “Furia”.
Chissà quali discorsi - fatti di tacite intese - intercorrevano tra il vecchio ed il cane durante le lunghe permanenze nel podere di campagna.
Al centro del podere, fitto di alberi per larga distesa vi era una solenne costruzione quadrangolare; nel cortile interno troneggiavano a cornice tutt'intorno colonne e arcate; il grande cancello di ferro, istoriato, quasi barocco, all'ingresso e nel frontale interno due corte ricurve scale di pietra che si ricongiungevano sul pianerottolo.
In qualche notte d'estate, anch’essa lontana, per quella distesa di verde ho trascorso tante ore a scrutare il cielo, alla ricerca del grande carro e del piccolo carro, degli incredibili misteri delle stelle, a rincorrere fantasiose storie di giorni futuri senza volto.
Gli alberi cominciano a germogliare, variamente si coprono sulle cime dì delicati colori.
Gli alberi germogliano sulle cime più alte, forse per essere accarezzati dal sole.
Com’è lieve, ora, il suono della campana che ondeggia dal vicino convento.
Un altro giorno si sperde lentamente nel nulla per divenire una piccola parte della piccola storia di ognuno, un silenzioso sospiro del tempo.
Vorticose immagini di viaggi nel tempo: il groviglio di verde e le grandi farfalle variopinte e la cupa foresta e le immesse solitarie spiaggie del Borneo, il lungo ponte dorato sospeso sulla grande baia a S. Francisco e, subito dopo, il bosco degli alberi altissimi di sequoia come uno spasimo della natura verso il cielo; le danzatrici leggere di Jakarta ed i templi fastosi di Thailandia come un tuffo nei millenni; il sapore di un meriggio a Grenwich Village e la frenesia di New York; il rosso violento tramonto sul Pacifico; la casbah lontana, vociante e tortuosa come un mondo nascosto nel mondo e la querula preghiera che rimbalza da un minareto all’altro; il vagabondaggio tra le capitali della Vecchia Europa; tante strade percorse per quante sono le vie del mondo, la vertigine o il ristoro o l’affanno o i tanti colorati pensieri; i lunghi fiordi con il volteggio immoto dei gabbiani; i muti colloqui dì tanti giorni, di tanti anni, tante incerte speranze, ricordi e oblio.
E' già sera.
D’intorno, in lontananza, tante luci sono state accese, ad una ad una, come fiammelle ed il mare s’è coperto del nero mantello della notte.
Ascolto le onde che, ad intervalli uguali, vanno ad acquietarsi sugli scogli e sulla spiaggia come in un amplesso.
Quanto freddo.
E' ora di ritornare, sconfitto come ogni sera.
Natale Valenti