Brest, nel silenzio
Dopo la interminabile distesa, sempre pianeggiante, tutta verde della provincia francese, quasi senza accorgersene - a sud ovest da Parigi -, si innalzano le colline di Bretagna.
Tutto, d'intorno, diviene più aspro, tra profonde vallate e paesini sparsi qua e là di antica sopravvivenza medievale, mentre fa capolino l'oceano.
Il treno si arrestò a Brest e pioveva.
La camera del piccolo hotel offriva dalla finestra un paesaggio brumoso, tanto che appena si intravedevano un'antica fortezza e i tanti pinnacoli di navi militari tra le insenature diverse di che è ricamato il grande porto.
Rimasi tre giorni in quella camera di albergo per la pioggia che mai cessava.
Avevo di che leggere.
Per mangiare, queli poco che mi occorreva mi veniva portato in camera.
Rimasi così, ammantato di silenzio e di malinconia.
Malinconia di cosa, però?
La malinconia che si porta dentro, quando non si può esprimere tutto quello di inappagato che si ha nell'anima; malinconia di un bagaglio di vita grigia, di abitudini uguali, di pensieri repressi, di inerzia di sè medesimo.
Una malinconia spensierata, anche, quando non si hanno più desideri, né ansie, né traguardi di vita.
La rinuncia!
Un giorno noleggiai un taxi per farmi condurre sopra le alture che scorgevo appena a destra della mia camera di albergo, per vedere da quelle alture l'Atlantico sottostante.
Avevo già percorso l'Atlantico con la nave é mi aveva donato una sensazione inesprimibile di immensità e di mistero.
Ma io volevo vederlo da quella punta estrema di Francia, l'Atlantico, là proprio dove fende il grande golfo di Biscaglia, a sinistra, e a destra l'inizio del canale della Manica.
Il conducente del taxi era un giovane nel suo primo giorno di attività; insomma io ero il primo cliente.
Mi condusse, a forza, in un piccolo bar di periferia gestito dalla madre, una parigina dai tratti oramai spenti.
Brindammo in silenzio e riprendemmo il cammino.
Con il mio stentato francese riuscii, lungo il viaggio, ad intessere conversazione.
Il giovane mi parlò tanto di sé, delle sua vita, dei suoi desideri.
Non aveva conosciuto il padre, non sapeva nemmeno chi fosse. Aveva trascorso gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza in una sorta dì ospizio e non sapeva nemmeno che si potesse avere una madre.
La madre invece era apparsa, un bel giorno, ed erano partiti assieme da Parigi verso la Bretagna, a Brest.
Qui, alfine, erano approdati ad un punto fermo di vita; dopo tempo era sorto quel disadorno caffè di periferia; dopo altro tempo lui era divenuto conducente di taxi e con me stava effettuando il suo primo viaggio, il lavoro.
Cap S.Mathieu è il cuneo delle Bretagna sul mare, vi si trova un antico maniero diroccato mentre 1'altura circostante degrada aspramente sull’Atlantico che vi si infrange, rumoroso e violento, tra una infinità di grandi massi anneriti e melmosi.
Volli ascoltare quel rumore - la collera del mare - noncurante della pioggia leggera che non dismetteva.
Il mio amico conducente del taxi mi recò - adagiandomelo sulle spalle - un'impermeabile di tipo militare e mi lasciò solo (non so nemmeno per quanto tempo) in quel colloquio muto con il mare, ad assorbirne il profumo, a dedicarvi chissà quali incerti pensieri.
Ci recammo in una vecchia trattoria nei pressi (vi si mangiava naturalmente del pesce).
Lo volli mio commensale il mio anonimo amico.
Mi parlò ancora dei suoi desideri.
Era fidanzato, volle mostrarmi la fotografia della sua ragazza adagiata sopra una ringhiera di pietra, con i lunghi capelli che le adornavano, da una sole parte, il volto e con gli occhi ridenti protesi nel vuoto.
Lui continuò a parlarmi, ma io oramai seguivo miei pensieri, pensieri sparsi, magari senza nesso.
Non mi interessava più il suo discorrere; certo non invidiavo nemmeno quell’ansia di vita che portava dentro.
Mi riapparve, d’improvviso, nella memoria, l'immagine di quel giovane quando lasciai Brest sempre piovosa ed avvolta nella bruma nonostante si fosse di agosto.
Durante lo scorrere leggero e quasi silenzioso del TEE che mi riportava a Parigi, il desiderio di vita di quel giovane mi sovveniva pressante.
’Peccato" - dicevo e me stesso - “che non l’ho più ascoltato quando tratteggiava, la sua ansia di vita futura”.
Davvero, dunque, mi era così nemica l'immagine del futuro, o almeno così inerte ed inappagante, da non poterlo cogliere (il futuro) nemmeno nel racconto di un altro?
Sono già trascorsi alcuni anni.
Chissà quale sarà stato lo svolgimento della tua vita, mio giovane amico dì Brest!
Il mio tempo, da allora, è trascorso intenso e brumoso; si, sonnolento come la bruma di Brest, incancellabile dalla memoria, tanto che nelle mia borsa da viaggio, sempre pronta, tra le poche cose che vi sono riposte, è conservata, una fotografia di Brest, in trasparenza tra la nebbia, dai colori smorti ed opachi come un quadro di Monet.
Arrivai a Parigi di sera.
La gare di Montparnasse mi apparve ostile, tanto ora opprimente con quell'enorme massiccio grattacielo che vi era sorto accanto.
L'indomani decisi di partire, sarei rientralo in Italia anzitempo di quanto avevo previsto all'inzio di quel mio arido viaggio estivo.
Sarei ripartito immalinconito più di prima e con quel senso di sconfitta presente chissà da quanto tempo, forse dall'infanzia.
Ma cos'era, cos'è questo senso di sconfitta?
E' proprio necessario interrogarsi per saperlo?
Magari, poi, andrei a scoprire che è un fatto patologico, un atteggiamento abituale dell'anima, se non proprio quel tanto che gli psicologi usano chiamare incomunicabilità alienante ovvero assenza del dialogo, del ristoro carezzevole che sa dare un volto alla speranza.
Anche Parigi, in quell'estate, mi fu estranea e persino noiosa.
Impiegai la mattina, tutta quanta, prima della partenza, facendomi condurre da un taxi al Bois de Boulogne; e poiché il conducente del taxi mi volle ammorbidire la percorrenza con una piacevole musica (Debussy, Mozart, altri) rimasi in quell'auto e nel Bois per tutto il tempo disponibile.
Musica, soltanto musica, non una una parola.
Musica e pensieri; ancora pensieri sparsi senza nesso né desideri né ansie, nulla. Ricordi spenti, senza tempo, con l'anima vagante, nel vuoto.
Mi furono lontani I boulevards stracolmi di gente, i lungo Senna, il romantico quartiere latino, place du Tertre, la immensità di place de la Concorde, il gran brulicare fluente in ogni dove dai buchi sotterranei del Metro, quasi si sgorgasse dal ventre della terra per respirare il profumo della vita.
Quando il treno si mosse dalla gare de Lyon ero senz'anima.
Ma non era una novità tutto ciò.
Natale Valenti