Asdrubale
L'importanza di chiamarsi Asdrubale è tutta da scoprire.
L'inizio delle vicenda accadde allorquando il padre di Asdrubale, emozionato - forse - per la nascita del primogenito, dovette presentarsi al cospetto dell’ufficiale dello stato civile per denunciarne, come suole dirsi, l'evento e personificarne la nominazione.
Che il neonato dovesse chiamarsi Asdrubale non poteva essere posto in dubbio per il fatto che i propri nonni avevano deciso di attribuire tale nome al loro rispettivo primogenito.
Asdrubale junior dovette accorgersi ben presto, nella età delle scuole elementari, dell'incipiente destino che tale nominazione gli procurava, per i beffeggi e le sonore ilarità che si diffondevano nella scolaresca tutta, quando il maestro, solenne come un giudice, decretava "Asdrubale, alla lavagna".
Per non dire, poi, che Asdrubale era anche balbuziente. Dopo il compimento delle scuole elementari Asdrubale divenne apprendista sarto, però con la vocazione segreta - non si sa perché - di proseguire negli studi. Impresa davvero ardua per la mancanza di scuole di grado immedfinamente superiori nel piccolo paese contadino nel quale viveva e per la totale miseria della propria famiglia.
Più volte, negli anni maturi, egli provò ad interrogarsi perché mai, e come, gli sopravvenne allora quest'ansia di proseguire negli studi; ma non seppe trovarne giustificazione alcuna se non, forse, per un'aspirazione segreta di vincere quel microcosmo, seppure quieto e pregno di albe e tramonti sonnolenti ed inebrianti ad un tempo, tra i campi che lambivano dappresso il paese stesso: un nucleo di case bianche o grigie, sovrapposte quasi l'una sull'altra, inframmezzate da qualche costruzione gentilizia, dalla mole del municipio con lo spiazzale rettangolare antistante incorniciato da una ringhiera di pietra finemente listellata a mano e dalle troneggianti Chiese sparse qua e là (cinque o sei).
Quell'ansia esplodeva anche per una inconsapevole volontà di valicare ì confini, di quel microcosmo, dì raccogliere altri profumi oltre quelli intensi di zagara che inondavano l'aria cristallina da novembre a marzo, e poi quegli altri profumi vari, intensi, perfino aspri e selvaggi, che cominciavano a profondersi dalla primavera fino all'estate e che sapevano di Africa forse, o forse di altri lidi lontani e sconosciuti„
I ricordi di Asdrubale a tal punto si sperdono, staccati e frammentari, quasi senza nesso: squarci di vita vissuta, perfino immotivata dinanzi alla episodicità della sua memoria: sono fotogrammi mnemonici.
E tali e quali viene voglia di descriverne alcuni, poiché il nesso non può esserci davvero, ma una motivazione alla fine ci sarà, come in un quadro di Picasso ove talora si cerca invan, nella decomposizione asimmetrica dei volti, l'occhio destro o la bocca o altre componenti fisionomiche e poi, dopo, nel buio della memoria, lontana nel tempo, sopravvengono i colori e con essi la interpretazione e il sussulto della vita come accade di viverla per differenti gradi di sensibilità.
Quando il cielo in certe cupe giornate di inverno si imbronciava e diveniva grigio, sempre più cupo, quasi fosse notte fonda, e rombavano i tuoni con squarci improvvisi di folgori, le tante zie vestite di nero (poiché il nero, nel sud, è il segno della morte e le morti lontane dei congiunti permangono nel tempo senza fine) si radunavano attorno al tavolo del desco; quivi veniva disteso un grande rotolo di carta istoriata a quadri, con la vita di Cristo, una carta sacra contro le sventure ed i cataclismi della natura che un vecchio monaco con un campanaccio lugubre, sul far di quaresima, proveniente dai "Luoghi Santi" (come diceva) distribuiva tra le case dietro ricompensa in danaro o in cibarie.
Attorno al tavolo, imbandito di così sacro cimelio, si snocciolavano preghiere, con voce nasale, intercalate da indecifrabili parole latine, stravolte dalla ignoranza e dal mistero (la litania dei Santi), fino a quando i tuoni rarefatti e l'attutirsi della pioggia violenta allontanavano il diluvio universale, da poco prima incombente. Il Santo cimelio aveva consumato il miracolo della sopravvivenza.
La attesa omasi spasmodica del postino che ogni fine settimana, con tocco pesante sulla porta d’ingresso, annunciava l'arrivo delle dispense del sapere che una scuola per corrispondeza faceva pervenire da una lontana città del Nord. Chissà come venivano pagate le quote di abbonamento; forse con le regalie che Asdrubale otteneva dai destinari dei vestiti, nuovi di sartoria, che egli recapitava, specialmente nelle vigilie dei giorni festivi, con la sua mantellina grigio-nero ad altezza di ginocchio, svolazzante nei giorni di vento; o forse con qualche altra regalia elargita di nascosto da zio Giuseppe, il più generoso della parentele - ma il meno dotato di disponibilità finanziarie.
Poi, nel corso della settimana, quelle dispense a singhiozzo del sapere venivano divorate, lette e rilette. Era tanto difficile capirne il contenuto finquando a notte inoltrata la mano necessariamente ostile della madre spegneva il lume a petrolio (poiché non era facile, non lo era davvero, comprare altro petrolio per la sera successiva).
Nel piccolo letto sito ad angolo nella stanza comune della notte rimbalzavano e si affilavano tra le pieghe affaticate dei pensieri quelle scarne difficili nozioni centellinate nelle aride pagine delle dispense settimanali del sapere.
Asdrubale era tenace e caparbio come un mulo. Aveva 15 anni ed era riuscito a divenire aiutante di un geometra del paese, uno studio importante con un grande apparato leonardesco per disegnare planimetrie delle abitazioni, le quali dovevano essere misurate tutte, per ricavarne il catasto urbano disposto dal Governo, Asdrubale riuscì a compiere, con rara competenza, una infinità di misurazioni planimetriche di abitazioni da ottenere la fiducia piena del geometra mecenate ed una discreta ricompensa in denaro; tanto che, con quel guadagno riuscì a dotare la casa paterna di impianto elettrico (fu una gran festa l'illuminazione elettrica in casa) ed a soddisfare quanto occorreva per l'abbonamento per un anno della corriera, sgangherata e ansimante, dal paese alla stazione ferroviaria e l'abbonamento per il treno fino alla città adornata di tanto mare e di tanta storia antica.
Svegliandosi, quell'anno, alle 4 del mattino, tra le piccole vie acciottolate di lava e già animate, a quell'ora, della gente dei campi che si avviava verso sentieri degradanti fin giù in pianura, egli andava incontro alla corriera e, quindi, in città per consentirsi la frequenza del terzo liceo classico: la grande speranza, tanti altri giorni che necessariamente dovevano svolgersi, il sapore dell'ignoto.
Nell’aula mieta di quella terza classe del liceo classico Asdrubale se ne stava rintanato in un ultimo banco.
Con il suo vestito sempre uguale e certo non fresco di nuovo, sentiva la lontananza dei propri compagni di classe che ben altro destino li rendeva più ricchi di vita e di comportamento. Ma il tempo corre ugualmente sul tempo. Alla fine di luglio Asdrubale conseguì la maturità classica, lui ed un altro soltanto. Di quell’evento egli ricorda, più che altro, il lungo percorso a piedi dalla città al paese poiché aveva ultimato il periodo di abbonamento per il treno e per la corriera e gli ultimi residui del suo gruzzolo di denaro. Un percorso, a piedi, per una strada allora polverosa, con i muri a secco ai due lati, uguali ed interminabili, senza gioia né malinconia, con un solo pensiero che da sempre lo assillava, senza invidia per alcuno, senza rabbia nel cuore: avanti!
Asdrubale riesce alfine a valicare il confine del suo microcosmo di origine. Asdrubale fa la guerra, ch’era ancora ragazzo, poiché...c'era la guerra. Cosa ricorda Asdrubale della guerra? Ecco, ricorda che un bel giorno fu convocato rapporto dal generale comandante della divisione e subì uno dei più gravi rabbuffi della sua vita, com’era sull'attenti, poiché alcuni giorni prima, essendo il più giovane sottotenente della divisione era stato prescelto come scorta d'onore alla bandiera durante una importante sfilata commemorativa. L'altro sottotenente, portato re della bandiera era alto circa 2 metri, e lui, Asdrubale, che gli stava accanto come scorta con la sciabola sguainata e la fascia azzurra per traverso sul corpo, era alto appena un metro e 62 centimetri. - “L'esercito, ha subito un affronto antiestetico!" - andava ripetendo, con il viso rosso-paonazzo il generale. E lui, Asdrubale, ripeteva regolarmente "Signorsì !".
Quella fotografia, con la quale venne ufficialmente consacrato un così grave affronto all'esercito, Asdrubale l'ha gelosamente conservata tra i suoi ricordi indelebili. Decisamente egli non aveva un destino (ma nemmeno la vocazione) militare, nonostante avesse il brevetto di osservatore aereo.
Asdrubale consegue la laurea in giurisprudenza. Asdrubale vince il concorso per l'ingresso come vice segretario in prova presso 1'amministrazione dello Stato. Asdrubale si distingue nell'ambiente sociale e sa anche parlare (poiché non è più balbuziente come da ragazzo). Asdrubale supera un esame dopo l'altro; un'esame, addirittura, in tutt'Italia lo supera soltanto lui (nientemeno!) e raggiunge d'impatto la capitale.
Asdrubale raggiunge il vertice della carriera dello Stato e divienta un uomo...da invidiare.
Asdrubale viene a contatto con il "Potere". Ma il "Potere" Lui lo intende con la lettera "p", in minuscolo, e rimane fregato.
Un bel giorno un ministro lo convoca e, alquanto imbarazzato per la verità, gli notifica che deve allontanarsi dal..."Potere". Perbacco! - egli si interroga - avrò raggiunto il livello di Peter.
Sapete: Peter è quel cultore anglosassone della scienza dell'organizzazione che ha teorizzato tante cose difficili e, tra l'altro, ha scoperto che vi è un momento "x", nel quale un individuo, dopo aver percorso tanti determinati gradini del proprio successo operativo, ne raggiunge uno che eguaglia l'inefficienza. "Allora" - si interroga Asdrubale - "io sono divenuto inefficiente!"
E' un interrogativo che lo assilla per un anno.
In quest'anno egli ottiene dalla compiacenza di un suo ex amico di occupare una stanza-archivio dei suoi uffici.
Ogni mattina, alle otto in punto, egli raggiunge questa stanzetta, indaffarato durante il percorso, quasi che lo attendesse chissà quale mole di lavoro.
Invece egli gioca a lavorare (come fanno i bambini quando inventano tra loro le attività dei grandi).
Giunto in quella stanzetta-archivio se ne sta in silenzio, con le braccia conserte, fino a sera, ininterrottamente, aspettando una voce, uno squillo di telefono, un filo di speranza poiché lui crede ancora che possa lavorare e l'ha detto, ciò, a tante persone, alle persone importanti, quelle che contano. Già, bisogna precisare (ma non per discolpa, per carità) che egli non ha mai appartenuto ad alcuna consorteria o confraternita.
Ora il suo ex-amico gli ha detto che la stanzetta-archivio la deve lasciare.
Cosa farà Asdrubale?
Egli ancora ha speranza, ancora ricorda la sua caparbietà da ragazzo, la sua costanza nel credere nella speranza ed ogni sera, quando mestamente vede la stanzetta-archivio tingersi di buio dice a sé stesso: "domani sarà un'altro giorno !"
Un giorno come lo vuole lui, come una folata di vento leggero, come un sogno, come una carezza, un respiro di vita.
O forse verrà quest'altro giorno (che non sarà quello sperato) e finalmente capirà che per il solo fatto di chiamarsi Asdrubale ormai non può aspettarsi altro dalla vita.
Che strano destino chiamarsi Asdrubale!
Natale Valenti
